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«Salviamo le aziende confiscatema solo le più grandi»

«Salviamo le aziende confiscate ma solo le più grandi»

Intervista a Pucci Giuffrida amministratore giudiziario di aziende confiscate alla mafia

«Salviamo le aziende confiscate ma solo le più grandi»

E’ uno dei temi del momento. Vuoi per i fatti di Palermo, con gli abusi contestati al presidente della Sezione misure di prevenzione Silvana Saguto, vuoi perché ormai da tempo si avverte a tutti i livelli e con sempre maggiore forza la necessità di una riforma della normativa legata alla gestione e all’assegnazione dei beni confiscati alla mafia. L’argomento è stato affrontato durante lo scorso weekend in occasione di un interessante convegno organizzato dall’Associazione antiestorsione Catania “Libero Grassi”, cui hanno preso parte il presidente del Tribunale di Catania Bruno Di Marco, il presidente della Sezione misure di prevenzione Rosario Cuteri, il capocentro della Direzione investigativa antimafia Renato Panvino e l’amministratore giudiziario Pucci Giuffrida.  

 

E’ stato quest’ultimo, a conclusione dei lavori, ad avanzare delle proposte che forse faranno discutere - ma che intanto proposte sono - e che, indirettamente, hanno evidenziato luci e ombre della nuova normativa già approvata dalla Camera e attualmente in discussione in Senato. «Sì - commenta Giuffrida - luci e ombre. Perché non tutto quello che è presente nella nuova normativa lo ritengo condivisibile. Di passaggi importanti ce ne sono comunque tanti. A cominciare da quello che estende i provvedimenti di sequestro e confisca ad associati che danno assistenza ai mafiosi e a chi pone in essere reati contro la pubblica amministrazione: dall’indebita percezione di contributi alla corruzione e alla malversazione. Inoltre, ad esempio, quando vi è il sequestro di una società col 100% della partecipazione, il diritto si estende a tutti i beni presenti in azienda». Giuffrida ricorda che «mentre il sequestro prima si doveva fare con l’ufficiale giudiziario, adesso può bastare la polizia giudiziaria», inoltre «è stato messo per iscritto che il proposto non può giustificare il possesso dei suoi beni con l’evasione fiscale». «Un passaggio comunque discutibile - aggiunge - perché l’evasore non è assimilabile al mafioso e da evasore deve essere trattato».  

 

Fra le tante norme, l’amministratore giudiziario, che fino a qualche mese fa gestiva la società degli “Ulivi” (la stessa che possiede il “Lido dei Ciclopi”) e la “Lara” (oggi, purtroppo, a rischio fallimento), sottolinea quella secondo cui «l’amministratore giudiziario può esercitare anche i poteri che spettano agli organi sociali, ovvero assemblea e collegio sindacale», ma fa presente, non senza sorpresa, che tali compiti di responsabilità non contemplano la percezione di emolumenti. Inoltre la normativa prevede che «l’amministratore giudiziario non può avere, genericamente, più di tre incarichi aziendali: da una parte ci sarebbe chi gestisce, perdonate la boutade, Fiat, Pirelli e Microsoft, dall’altra tre chioschi in zone poco frequentate della città. Lo ritenete condivisibile?  

 

Nel primo caso, visto la grandezza delle aziende e i parametri applicati in base a volume d’affari e ricavi - che comunque, in tutte le pratiche, al secondo anno di gestione vengono dimezzati - l’amministratore giudiziario avrebbe guadagni più che consistenti, nel secondo dovrebbe chiudere lo studio e licenziare i dipendenti». Giuffrida continua a sottolineare pregi e difetti: «L’obbligo di farsi assistere, nelle cause civili, dall’avvocatura dello Stato, che non sempre recepisce nei tempi urgenti che noi abbiamo e quindi siamo costretti a ricorrere al libero Foro, ma anche lo strumento finanziario da 10 milioni di euro al fine di assicurare alle aziende facilità di accesso al credito, sostegno negli investimenti, tutela dei livelli occupazionali, ristrutturazioni varie».  

 

«Ora - sottolinea - partendo dal presupposto che avere un fondo è sempre meglio di non averlo, i dati del 2013 parlano di 1.700 aziende confiscate in Italia, mentre quelle sequestrate sono molte, molte di più. Ritenete che sia un importo congruo? Non mi pare». Nel ricordare che l’Agenzia nazionale dei beni confiscati sarà trasferita da Reggio Calabria a Roma e il suo controllo passerà dal Ministero degli Interni alla presidenza del Consiglio dei Ministri (e il direttore, oltreché un prefetto, potrà pure essere un magistrato), Giuffrida commenta con perplessità che «per le aziende molto grandi l’amministrazione potrà essere affidata, senza corresponsione di compensi, ai dipendenti di una società partecipata al 100% del Ministero dell’Economia, Invitalia, nata dalle ceneri di Sviluppo Italia» e che «imprenditori dello stesso ramo potranno gestire per un anno e gratuitamente le aziende confiscate, ottenendo un diritto di prelazione sulle stesse: alla fine saranno loro a impossessarsi del bene, quasi senza colpo ferire».  

 

La lunga premessa non può sganciarci dal presente. Quello delle aziende confiscate che spesso sono costrette a chiudere i battenti: «Bisogna fare un distinguo, comunque - precisa l’amministratore giudiziario - fra aziende sequestrate e confiscate. Dopo il sequestro, in attesa di tutti i gradi di giudizio, il mafioso non ha interesse che l’azienda muoia. Solo dopo la confisca non ha più interesse e dirotta tutto verso un’altra azienda creata ex novo ed intestata a “teste di legno”: i fornitori vengono invitati a non vendere merce all’azienda confiscata che poi, fra l’altro, ha spesso il problema dei dipendenti da affrontare. Tanti, nelle aziende mafiose, sono in nero e la regolarizzazione è un colpo per chi amministra, tanto più che la nuova concorrenza non si fa scrupolo di assumere nuovamente in nero e di evadere le imposte, determinando una situazione di concorrenza sleale. E che dire dei fornitori che prima accettavano pagamenti a 180 giorni e che all’improvviso pretendono tutto e subito? ».  

 

Ritiene che sia meglio chiudere, allora, le aziende confiscate?  

«Quelle piccole sicuramente: inutile mantenerle in vita. Ai costi della legalità devono contribuire i ricavi della legalità. Diverso il discorso per quelle grandi o medio-grandi, che spesso hanno al proprio interno anche le professionalità e la forza economica per venire fuori da situazioni difficili come il dopo confisca. Anzi, in questi casi e nell’ottica di un rilancio dell’azienda, io proporrei di affiancare un manager, retribuendolo, all’amministratore giudiziario. Ma chi sarebbe disposto ad assumersi responsabilità di ogni genere per stipendi da 500 euro al mese? ». Potrebbe venire meno la figura dell’amministratore giudiziario, a questo punto.   «Si potrebbe obiettare che è così, ma l’amministratore giudiziario ha il compito che tutto vada secondo trasparenza, secondo le norme corrette di legge, predisponendo le richieste di autorizzazioni e relazionando al giudice».  

Ma è vero o no che le aziende confiscate sono comunque destinate a chiudere?  

«Io so che gestendo gli Ulivi e la Lara abbiamo versato nelle casse dello stato 9 milioni di euro e dato lavoro a 60 persone in un gaso e 40 nell’altro. Poi, è ovvio, ci sono casi e casi. Una cosa, comunque, mi preme dirla: ci si dovrebbe ricordare che le aziende sequestrate o confiscate possono anche rappresentare una garanzia; quelle, infatti, è sicuro che sono amministrate secondo legge e che ogni provento non finisce certo nelle casse della mafia».

Quante pressioni ha subìto dai mafiosi nella sua lunga carriera professionale?  

«Il mafioso sa che non posso essere io il suo interlocutore o chi lo danneggia. Però ammetto che, tempo fa, un “armadio” appena uscito dal carcere venne e mi chiese 400 milioni di lire che, a suo dire, gli avevo fatto perdere con la chiusura della ditta confiscata. Solo quando gli chiesi se avevo trattato male qualcuno della sua famiglia, con cui avevo avuto rapporti nell’ambito della gestione del bene, si calmò all’improvviso, decise di sedersi e di parlare telefonicamente col suo avvocato. Fu così che il legale gli fece capire i meccanismi legati a quel provvedimento di confisca e quel signore salutò e andò via».

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