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Loris, il Gup dice sì all'abbreviato condizionato

Loris, il Gup dice sì all'abbreviato condionato alla perizia psichiatrica per Veronica

RAGUSA. Quando il pm Marco Rota si presenta in udienza con una vistosa fasciatura al naso, nell’aula al secondo interrato del tribunale di Ragusa, il processo più mediatico dell’anno ha un sussulto di pudicizia. Un’avvocatessa del collegio di difesa gli dice: «E ora non è che quelli lì fuori (i giornalisti, ndr) crederanno che davanti al giudice vi siete presi a pugni?». Segue sorriso distensivo. Da entrambi le parti della barricata. Sembra quasi un altro processo, l’udienza–bis davanti al gup Andrea Reale. Ma è sempre lo stesso, seppur vissuto con maggiore fair play dalle parti in causa: quello in cui si deve decidere se Veronica Panarello deve andare alla sbarra per l’omicidio e l’occultamento del cadavere di suo figlio Loris Stival. Come’è finita, vista la copertura mediatica live da parte di tutti i media, lo si sa già.

 

E, considerate le posizioni ai nastri di partenza, non è nemmeno una sorpresa: Veronica andrà a processo, con rito alternativo: abbreviato condizionato a una perizia psichiatrica chiesta dal difensore Francesco Villardita sulla base di presunte «anomalie comportalmentali» concessa dal gup. Ma al secondo tentativo, soltanto dopo aver incardinato il processo. Ma anche l’accusa, sostenuta dal procuratore Carmelo Petralia e dall’aggiunto Rota, ha giocato il suo asso nella manica: chiesta l’aggravante della premeditazione. «La Panarello non solo ha commesso l’omicidio, ma l’ha pure programmato». Ma è bene riavvolgere il nastro. Perché, al di là del clima più disteso, quella di ieri è stata una vera e propria partita a scacchi fra difesa e accusa. Un confronto stile Kasparov contro Karpov. In cui ognuno sa già prima le mosse dell’altro e si va avanti fino a un certo punto quasi a occhi chiusi, col pilota automatico.

 

La prima “torre” la sposta proprio Villardita, in apertura. Chiede subito la perizia psichiatrica: come incidente probatorio o come «integrazione probatoria». Il che significherebbe, in caso di riconoscimento dell’incapacità mentale, addirittura il non luogo a procedere: Veronica “pazza” e libera, per brutalizzare. Il difensore argomenta, in oltre un’ora di intervento, la richiesta. E pesca dalle origini ai giorni nostri: l’infanzia difficile, i problemi con e fra i genitori, i presunti tentativi di suicidio, le denunce di violenze sessuali subite. Cita persino il finto avvistamento di Denise Pipitone, che Veronica sostenne di aver visto a Santa Croce. Giungendo fino all’epoca del delitto, alle «amnesie», ai «vuoti di memoria», ai «cambiamenti di verità». I pm ascoltano in rispettoso silenzio e si rimettono alla decisione del gup. Ma chiedono, con il parere favorevole della difesa, che in ogni caso vangano congelati i termini di carcerazione, la donna quindi resterebbe dunque detenuta nel carcere di Agrigento. Ma il gup rigetta la richiesta. E allora tocca di nuovo a Villardita muovere la pedina processuale.

 

Chiede il rito abbreviato, condizionandolo a due atti: la perizia psichiatrica (che appena uscita dalla porta processuale, rientra dalla finestra) e a una testimonianza della proprietaria del fornaio in cui la mamma del bambino si sarebbe recata la mattina del 29 novembre 2014, quando Loris è stato ucciso. Una testimonianza decisiva, per i pm, nel sostenere la premeditazione. Ed è qui che Veronica («tranquilla e serena per tutta l’udienza, perché avevamo concordato tutto», rivela il suo difensore) prende la parola per la prima e l’unica volta della mattinata. «Alla signora del panificio, il giorno della morte di Loris – ha sostenuto – ho chiesto “un panino al salame per mio figlio piccolo, lo stesso che prende Loris quando va a scuola e non che è già a scuola”». Non è un dettaglio, perché la diretta interessata, Mara Guarino, agli atti acquisiti al processo, aveva dato una versione ben diversa. E cioè che Veronica «diceva a suo figlio che aveva già accompagnato Loris a scuola e che quindi non vi era motivo di acquistare un altro panino, questo perché [il bambino] chiedeva un altro panino alla madre».

 

Veronica che rifiuta il panino–bis, dicendo che Loris è a scuola pur sapendolo a casa, per l’accusa è uno degli «elementi oggettivi» che dimostrerebbero la premeditazione, assieme all’insolito parcheggio a marcia indietro all’ingresso del garage e al sopralluogo, da sola in auto, nella zona del canalone dove poi avrebbe gettato il corpo di Loris. Importante anche una dichiarazione successiva di suo marito, Davide Stival, che il 16 novembre scorso, ha ricostruito una telefonata ricevuta alle 09:01 del giorno della morte del piccolo: «Loris? Non l’ho visto entrare a scuola – avrebbe detto Veronica – eravamo in ritardo, ma non ti preoccupare c’era tanta gente». Ma Villardita fa comunque capire in aula che, anche senza l’accettazione delle condizioni, confermerà la richiesta di abbreviato: una strada obbligata.

 

Altra breve camera del gup Reale e decisione chiara: sì alla perizia, no all’acquisizione della nuova testimonianza della salumiera di Santa Croce. La partita è chiusa. Anzi no: sospesa, come in quelle storiche fra Kasparov e Karpov. Le mosse di ieri sono tutte quelle col pilota automatico, dalle prossime volte entrerà in gioco anche un po’ di fantasia. Escono i protagonisti. Veronica torna in carcere ad Agrigento, i pm tornano nei loro uffici. Chiediamo a Rota se si ritiene soddisfatto. E lui si scioglie in un (per lui insolito) sorriso: «Mi pagano per fare il mio dovere, far rispettare la legge, non per essere soddisfatto degli esiti processuali. Andiamo avanti, serenamente, come sempre». Fuori dal tribunale (ieri sorvegliato con attentissima discrezione, ma senza il vistoso spiegamento di forze dell’udienza del 20 novembre) la solita ressa di telecamere in attesa degli avvocati. Villardita appare provato, ma soddisfatto: «Manca il movente, se ci fosse stata la premeditazione, in assenza di una causa scatenante, occorre chiedersi perché avrebbe agito così, facendo una cosa senza senso», dice a proposito dell’aggravante chiesta dai pm.

 

Tra gli atti presentati al gup, ha rivelato l’avvocato Villardita, anche «alcune osservazioni critiche alle consulenze medico legali agli atti dell’inchiesta». Secondo il penalista le quattro relazioni disposte dalla Procura di Ragusa «non sono completamente sovrapponibili tra loro» e «presentano delle discordanze» che il giudice dovrà valutare. «Loris è possibile che si sia messo le fascette da solo – osserva Villardita – ma bisogna vedere se è compatibile con la lesione che ha sulla parte superiore del polso. Noi abbiamo una nostra consulenza che abbiamo depositato». Ma sarà davvero difficile scalfire la perizia di Giuseppe Iuvara.

 

Arriva anche Daniele Scrofani, legale di parte civile per Davide Stival. E in una mattinata di mosse e contromosse da manuale di procedura penale, ci riserva uno spiraglio di umanità applicata al processo: «La perizia psichiatrica è un’ulteriore prova per raggiungere la verità, consapevoli che il dottor Reale nominerà consulenti di altissimo profilo. Ma, dopo un anno di sbandierata innocenza, oggi risolvere tutto con un disagio psichiatrico, di cui finora si era respinta anche l’ipotesi, lascia in Davide una profonda amarezza». La prossima udienza è in programma il 14 dicembre, un passaggio tecnico in cui il gup conferirà l’incarico a un perito (o più probabilmente a un collegio) che avrà il compito di giudicare se l’imputata ha un’incapacità mentale totale o parziale. In quella sede verrà stabilito anche il tempo a disposizione.

 

Ma, non essendoci dibattimento, si va verso un processo–lampo. Un aggiornamento successivo al 2016, l’acquisizione della perizia e poi non più di tre–quattro udienze (in cui l’imputata può in qualsiasi momento rendere dichiarazioni spontanee) per arrivare a sentente presumibilmente in primavera. Sembra una legge del contrappasso: dopo un anno di tribunale nei salotti mediatici, sarà davvero un processo–lampo.

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