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Pignataro: «Catania in controtendenza 1200 matricole in più»

Pignataro: «Catania in controtendenza 1200 matricole in più»

Pignataro: «Catania in controtendenza 1200 matricole in più»
PALERMO - Seduto in prima fila, in una delle sale della meravigliosa Villa Zito, per tutta la durata della presentazione del Rapporto Res dà come l’impressione di volersi alzare da un momento all’altro per pronunciare uno scalfariano «io non ci sto! ». Ma alla fine - anche a causa della soppressione del previsto dibattito finale, che sarebbe cominciato alle 14 - Giacomo Pignataro non prende la parola. E così il rettore etneo, prima ancora di parlarne con gli altri invitati accademici al rinfresco, si sfoga al nostro taccuino: «A Catania abbiamo adottato contromisure per scongiurare abbandoni e ritardi nelle carriere, quest’anno le matricole sono aumentate del 15%», è il dato che gli interessa di più. Ma Pignataro, prima di passare il testimone al rettore di Messina, è anche il presidente del Coordinamento delle università siciliane. Perciò gli spetta anche il ruolo di difensore d’ufficio degli atenei dell’Isola, uscito con le ossa rotte dal Rapporto Res e dall’intervista del presidente Carlo Trigilia.

 
Perché si fugge dagli atenei siciliani?

«lnnanzitutto debbo dire una cosa: l’Università di Catania quest’anno registra un dato in controtendenza.
Una crescita delle immatricolazioni rispetto all’anno scorso di circa il 15%. Abbiamo 1.200 immatricolati in più».

 
Come ci siete riusciti?

 
«Questo è l’effetto, in parte, dell’avere eliminato il numero programmato su alcuni corsi di laurea, ma allo stesso tempo anche della qualità di un’offerta che continua a essere apprezzata dagli studenti».
 

I dati siciliani sono comunque penosi.

 
«Quei dati per me non sono una novità. L’ho detto due anni fa al presidente della Repubblica Napolitano, l’ho ripetuto in altrettante occasioni al presidente Crocetta e al ministro Giannini. Il dato che fa riflettere, aggiungo, riguarda tutto il Paese, visto che il calo di immatricolazioni si estende ovunque. E nei prossimi anni potrebbe andare ancora peggio, visto il calo demografico registrato in Sicilia, con l’Isola agli ultimi posti per tasso di natalità».
 
 
Come si tampona questa emorragia?
 
«Bisogna fare diverse cose, a mio avviso. Ci sono questioni che riguardano le linee politiche del governo, e ci sono questioni che riguardano certamente il governo degli atenei. È ovvio che la madre di tutti i problemi è la questione del finanziamento. Perché, lo dicono i dati, in Italia si spendono 100 euro per abitante per le università, mentre in Germania 300 euro».
 
 

Più soldi: la ricetta è scontata. Ma per spenderli come?

 
«C’è una priorità: bisogna spendere sul diritto allo studio. È vergognoso per un Paese civile che una persona non possa iscriversi all’università perché non ha i soldi per farlo. Questo non può accadere nell’Italia del 2015, perché significa un ritorno indietro di 50-60 anni».
 

La politica del diritto allo studio è competenza della Regione.

 
«Bisogna valutare, in effetti, se è innanzitutto opportuno che le Regioni in generale, non soltanto la nostra, abbiamo questa competenza. Ma, fermo restando questa competenza, bisogna agire subito, a partire dal Fondo sociale europeo. Ne ho parlato con il nuovo assessore, l’onorevole Marziano, che si è dimostrato sensibile a questa richiesta».
 

Poi c’è il nodo della distribuzione delle risorse a livello nazionale.

 
«Non si può pensare che si premi in assoluto il risultato in termini di qualità di ricerca e didattica, perché, come viene giustamente sottolineato da Res, esiste il problema del rapporto tra ciò che si realizza e ciò che si ha. E allora è chiaro che bisogna premiare, ma farlo con risorse aggiuntive, perché quelle che lo Stato ci mette non sono più in grado di finanziare nemmeno la spesa per il personale».
 

Però così non si premiano gli atenei meritevoli.

 
«È un luogo comune. Oggi, qualunque cosa facciamo, la parte premiale per noi non può cambiare, perché è legata ai risultati della valutazione della ricerca 2004/2010. Cioè io oggi posso anche assumere premi Nobel, migliorare tutti i risultati della ricerca, ma non riceverò un soldo in più su quella parte premiale perché è su una fotografia vecchia ormai di tanti anni».
 
 
A proposito: il Rapporto Res mette sotto accusa anche la governance degli atenei siciliani, oltre che la classe docente.

 

«Io sono perfettamente d’accordo sul fatto che il governo degli atenei debba coniugare autonomia e responsabilità. E allora in questa direzione noi stiamo cercando di muoverci. In primo luogo abbiamo migliorato la qualità dei servizi agli studenti. Da quest’anno abbiamo destinato un milione di euro per sostenere un tutorato rivolto esclusivamente alle matricole, per attenuare il fenomeno degli abbandoni alla fine del primo anno».

 
Ma non basta certo qualche tutor per invertire la tendenza.


 
«Certo. E, nonostante non sia di nostra competenza, noi stiamo sostenendo il diritto allo studio: abbiamo incrementato quest’anno il numero di borse per collaborazioni part time, manutenuto l’intervento sui buoni-libro e per gli studenti improvvise condizioni di difficoltà economiche. In tutto quest’anno spenderemo 2,5 milioni per questi servizi».

 
Trigilia parlava anche di criteri non meritocratici alla base della selezione dei docenti, soprattutto al Sud e in Sicilia, a partire dagli Anni 70.

 
«Ci sono stati degli errori nel passato, più o meno recente.
Sia nel reclutamento, sia nelle scelte di offerta didattica. Il Rapporto Res tocca alcuni nervi scoperti. Un’eredita che oggi pesa, penalizzando chi amministra gli atenei. Però c’è da dire che quando parliamo, ad esempio, di reclutamento, non abbiamo gli stipendi degli altri Paesi, né la facilità e l’agilità di assumere. Così come, d’altra parte, sappiamo che ci sono ricercatori improduttivi. Ma rispetto a questo noi oggi non abbiamo gli strumenti per fare nulla, se non interventi marginali limitati a poche risorse che riguardano incentivi di natura economica. Ma è davvero ben poco».

 
Quindi è una situazione che non cambierà?


 
«Tutt’altro. Autonomia con responsabilità significa anche utilizzare, e soprattutto distribuire, al nostro interno le risorse in modo diverso. Abbiamo allochiamo le risorse sulla base di criteri che guardano al merito scientifico dei singoli dipartimenti, e anche ai risultati in termini di qualità dell’attività didattica. Questo lo facciamo per i budget di funzionamento ai dipartimenti, per le risorse del nuovo reclutamento e gli avanzamenti di carriera. Sulla base di una valutazione di revisori esterni all’ateneo di Catania». twitter@MarioBarresi
 
 
 
 
 
 
 
 

    

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