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L'altolà del ministro Stefania Giannini a Enna

L'altolà del ministro Stefania Giannini a Enna "La facoltà romena di Medicina è fuorilegge"

La visita a Catania / SCONTRI A VILLA PACINI - VIDEO

L'altolà del ministro Stefania Giannini a Enna "La facoltà romena di Medicina è fuorilegge"
Non ha paura dell'ennesima protesta di piazza contro la sua Buona Scuola. Un po' perché ci ha fatto il callo. Ma soprattutto, dice lei, perché gli studenti «senza pregiudizi ideologici e che non ragionano per slogan » sanno bene che «questa riforma dà loro gli strumenti migliori per costruirsi il futuro». Gli stessi che Stefania Giannini rivendica di aver fornito a Librino, velocizzando l'apertura dell'istituto onnicomprensivo "Musco". «Un impegno mantenuto», ricorda.
E proprio dal quartiere-simbolo delle periferie siciliane, parte oggi a Catania la visita del ministro dell'Istruzione. Che, sempre in mattinata, entrerà nel penitenziario minorile di Bicocca. Reduce dalla Leopolda renziana, Giannini diserterà («non sono stata invitata...», ironizza) l'odierna inaugurazione dell'anno accademico della facoltà romena di Medicina a Enna. Bocciata senza appello: «È semplicemente fuorilegge ». Uno dei tanti temi - siciliani e non soltanto - della lunga intervista concessa al nostro giornale.
 
 
Ministro Giannini, a Catania andrà all'istituto di Librino che ha fortemente voluto. È forma o sostanza?
«Ha entrambe le dimensioni, questa iniziativa che presentiamo alla città. È un impegno che presi un anno e mezzo fa, in una delle mie prime uscite da ministro. Mi resi conto, sul posto, di quanto fosse importante il presidio di una scuola che lì non c'era. Il sindaco e l'assessore di Catania mi hanno portato a Roma le carte necessarie per l'istituzione di un onnicomprensivo a Librino, in passato rigettata, e io ho fatto in modo, nel pieno rispetto delle regole, di fare questa "eccezione virtuosa" in tempi molto rapidi. Un'operazione che rientra tra l'altro nelle priorità ricordate dal presidente Renzi alla Leopolda, quando parla di ridare valore alle periferie con un ruolo decisivo della scuola».
 
Così come nel carcere minorile di Bicocca, dove andrà subito dopo.
«Dopo Bologna, per me è la seconda visita dentro un carcere minorile. È importante per rilanciare la funzione fondamentale di recupero delle esperienze di ragazzi che hanno preso delle strade sbagliate. La speranza è che quello che stanno imparando lì dentro possa essere l'inizio di una vita diversa».
 
Ma anche a Catania l'attendono le proteste degli studenti contro la Buona Scuola. Nonostante lei abbia detto che sulla riforma «il vento è cambiato».
«Se si considera il ritmo e la quantità delle proteste studentesche, quest'anno brilla per averne avute in termini misurati e molto ridotti. Certo, c'è chi segue gli slogan o ha dei pregiudizi ideologici. Non è mio compito "convertire" i manifestanti alla "religione" della Buona Scuola, ma far capire ai ragazzi che una scuola autonoma e con molte più risorse e principi innovativi, dà proprio a loro gli strumenti per cambiare il corso della loro vita. Soprattutto al Sud».
 
Dove, ad esempio, in assenza di un tessuto imprenditoriale, l'alternanza scuola- lavoro potrebbe restare sulla carta.
«Non c'è dubbio che il rischio c'è, ma lei capisce che lo sforzo sarà ancora più intenso, così come la pacifica chiamata alle armi del mondo imprenditoriale meridionale e siciliano sarà ancora più forte. Le aziende, le grandi e soprattutto le piccole, saranno un patrimonio importantissimo per i nostri ragazzi».
 
Nella giostra delle assunzioni s'è parlato di una deportazione al Nord.
«La mobilità c'è sempre stata nel mondo della scuola e in tutto il settore pubblico. Le faccio un esempio personale, risalente a 25 anni fa, legato alla mia carriera universitaria. Vinsi un concorso nazionale di seconda fascia, a trent'anni. E fra le sedi potenziali c'erano Perugia, Catania, Milano, Bari, Roma. Io vivevo a Lucca, con famiglia e un bambino in fasce. Fui chiamata e scelsi Perugia. Che non era profondo sud, ma mi ha costretto a delle scelte personali, come quella di non spostare la famiglia. Io sono ancora a Perugia, ma c'è la possibilità di essere trasferiti, negli anni. Per me come per gli insegnanti siciliani assunti al Nord».
 
Ma allora una precaria di Portopalo assunta ad Aosta non ha subìto una violenza scolastica?
«No, io penso di no. La violenza, la precaria di Portopalo, l'ha subita in tutti quegli anni in cui ha dovuto lasciare il suo progetto di vita e di stabilità appeso a un'ipotesi incerta di lavoro».
 
Però la riforma, tra l'altro, dà ai presidi dei "superpoteri" nelle assunzioni. Il che, nella Sicilia affamata di lavoro e pervasa dal clientelismo e dalle cattive abitudini dei politici, potrebbe esporre il sistema a rischi pesanti.
«Le questioni che pone sono legittime e fondate. Ma il meccanismo di assunzione degli insegnanti che scatterà dal prossimo anno, sia ben chiaro, non è un'autonomia arbitraria e fuori da ogni controllo. È un'autonomia molto vigilata e responsabilizzata: i primi che saranno giudicati sono i presidi, finora fuori da ogni radar di valutazione. E poi, se vogliamo dirla tutta, non è che finora gli insegnanti sono andati a lavorare nelle scuole con un sorteggio. Ci sono andati sulla base di graduatorie locali gestite, come sappiamo, in maniera non sempre trasparente e talvolta non rendicontabile in modo immediato. Regole chiare e valutazione di chi assume mi sembrano strumenti molto efficaci contro i cattivi costumi del passato, e in parte del presente, oltre che per il bisogno di avere un controllo su ciò che avviene».
 
A proposito di controllo: in Sicilia c'è il dramma di 10mila ragazzi della formazione professionale in attesa dell'avvio dei corsi. Se Delrio può commissariare la Sicilia per i viadotti che crollano e Renzi per i conti che non tornano, Giannini non può farlo per porre fine alla negazione del futuro di questi ragazzi?
«Ad oggi il commissariamento è la strada più complessa, perché quella parte di formazione è stata assegnata a una cogestione fra Regioni e ministero del Lavoro, che finanzia tramite il Fondo sociale europeo parte delle attività ma non esercita alcun controllo diretto. Quello che deve fare questo ministro dell'Istruzione, in questo governo che sta puntando enormemente sul ruolo del rapporto scuola-lavoro e sul recupero della formazione professionale, è chiedersi se non sia il momento di rimettere in discussione l'arbitrio assoluto, l'autonomia totale delle Regioni. Insomma...».
 
Insomma: se la Sicilia non è capace è meglio che ci pensi Roma.
«Non mi sembra una cosa assurda».
 
Così come per il diritto allo studio degli universitari. Pensi alle borse di studio: in Sicilia appena il 32% degli aventi diritto l'ha avuta, a fronte del 75% di idonei finanziati in Italia. Anche qui lei ha detto: se le Regioni non riescono, meglio che ci pensi il ministero.
«Io ho formulato una proposta che mi auguro sia presto discussa e approvata dal governo. Bisogna restituire alle università, attraverso il ministero, le competenze sul diritto allo studio, per assicurare agli studenti meritevoli e bisognosi le borse di studio. In molte regioni questo, oggi, non avviene. E la Sicilia, mi sento di dire, è un caso eclatante. Tanto più che è un paradosso che le realtà territoriali più in difficoltà non riescano ad adempiere a un dovere previsto dalla Costituzione. È un'assurdità, un'ingiustizia a cui intendo rimediare».
 
E allora non è un caso che, nell'università che «si rimpicciolisce» fotografata dal Rapporto Res, l'emorragia maggiore sia al Sud e in Sicilia, che ha perso il 30% di matricole. Cosa non funziona?
«Io non credo che manchino al Sud, come ad esempio a Catania, delle eccellenze. Quello che non è all'altezza degli standard nazionali, come risulta dai rilevamenti, è la qualità media della ricerca e della didattica. Se guardiamo i dati standard, i soldi che lo Stato dà alle università del Sud, i finanziamenti sono in percentuale superiori. Se guardiamo le quote premiali il discorso cambia».
 
Il rettore di Catania ci ha detto: anche se assumessi un Nobel, la quota premiale è imbalsamata e non tiene conto di ciò che è successo negli ultimi anni.
«È vero che noi premiamo sulla base della qualità della ricerca per quinquenni. Allora: vogliamo adeguare il sistema di valutazione, rendendolo più fluido e "updated"? Facciamolo. Ma mi lasci dire che alcuni fenomeni importanti, al Sud, sono negativi in modo vistoso: penso ad esempio all'altissima percentuale di studenti fuori corso. E questo non è un male che dipende dai fondi, ma da una macchina didattica che non stimola la carriera degli studenti. Un'autocritica che le università meridionali devono fare con l'aiuto di un sistema di valutazione perfezionato».
 
Altri due spunti del Rapporto Res: usare meglio i fondi europei e slegare la quota ordinaria dai criteri competitivi per aiutare le università più difficoltà.
«Sui fondi europei, enormemente più consistenti per il Sud, sono d'accordo. Ma badate che dei sette miliardi che noi diamo al sistema universitario nazionale, soltanto 1,3 circa si dà per premialità, tutto il resto viene assegnato sulla base di costo standard e quota storica. Ridurre la quota premiale sarebbe una marcia indietro drammatica, che non solo non aiuterebbe il Sud, ma anzi lo riporterebbe a una condizione di minore competitività. Il discorso è un altro».
 
E qual è?
«Il governo sta facendo una riflessione con il "masterplan per il Sud" che non è a compartimenti stagni. Puntiamo sui distretti innovativi, realtà che diano occupazione e recupero del degrado. Lo studente, quando può, non sceglie solo l'università. Ma sceglie anche la città dove c'è l'università».
 
Come dire: uno studente di Ragusa va a Pisa e non a Catania. Non c'è la strada statale da incubo, ma Ryanair a 19 euro e quindi...
«Esattamente. Trova una città a misura di studente, più borse di studio e servizi a disposizione. Allora bisogna far sì che questa attrattività ci sia anche al Sud. Ma il discorso è più complessivo: dei ragazzi che vanno a studiare all'estero, il 60-70 per cento vanno a Londra. E non a Parigi, o altrove. Perché Londra è oggi una città nel panorama internazionale molto più attrattiva per tutti i ragazzi europei ».
 
Ministro, a che ora arriverà oggi in Sicilia?
«In mattinata. Alle 10,45 sarò dal sindaco Bianco, a Catania. E poi comincerà il programma. Ma perché mi fa questa domanda?».
 
Perché proprio nel giorno della sua visita in Sicilia, a Enna s'inaugura l'anno accademico dell'Università romena "Dunarea de Jos" di Galati. Non è che è tentata di farci una capatina?
«Non sono stata invitata... (e ride di gusto, ndr)».
 
Scherzi a parte: l'apertura della facoltà di Medicina romena è una sfida ai suoi reiterati altolà.
«Allora, senza entrare in polemiche inutili che non fanno bene a nessuno: io faccio riferimento a un semplice principio dello Stato di diritto, che prevede, nel nostro Paese come in tutti quelli europei, una cosa semplice. Ovvero che chi ritiene di portare una nuova università e una nuova proposta formativa magari di grande qualità si deve sottoporre a una valutazione di quel sistema nazionale. Non è nulla di straordinario, non c'è niente di eccezionale».
 
Ma il fatto che sia un'università accreditata nel suo Paese non è sufficiente?
«Sinceramente non ho elementi di comparazione, ritengo che valgano anche lì delle regole piuttosto rigorose. Ma il punto non è questo: noi siamo un Paese che ha un sistema universitario sottoposto a criteri più che decennali e legati anche al valore legale del titolo di studio. Si potrà decidere di cambiarle, ma oggi le regole sono queste. Esistono esempi eccellenti di nuove proposte accademiche che hanno passato tutto l'iter di valutazione. Non è un fattore secondario».
Perché se tutti possono aprire dappertutto, si crea un precedente rischioso.
«Ripeto: a oggi questa è la legge nazionale. Che impone il rispetto di criteri trasparenti condivisi, a tutela della qualità dell'istruzione, ma nel caso in questione mi permetto di aggiungere anche a tutela di un bene prezioso come la salute. Certamente, se un'iniziativa si fa fuori dalle normali procedure c'è il sospetto che non abbia le carte in regola».
 
Dunque: Medicina a Enna è fuorilegge.
«Sì. Per quello che riguarda la garanzia di qualità, questa iniziativa si pone completamente fuori dalla legge, dai binari chiari e trasparenti che riguardano tutti gli atenei, statali e non statali. E noi abbiamo il dovere di tutelare il sistema universitario siciliano e nazionale».
 
Tanto più che a Enna i pm hanno acceso i riflettori su aspetti che non riguardano solo l'arrivo dei romeni...
«Non voglio entrare in questioni che non riguardano il ministero, ma eventualmente la magistratura... ».
twitter: @MarioBarresi

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