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Racket degli sbarchi: arrestatoanche responsabile naufragio

Racket degli sbarchi: arrestato anche responsabile naufragio

Operazione delle squadre mobili di Palermo e Agrigento: tre stranieri in manette, un altro è ricercato. Tra essi anche responsabile di naufragio con 300 morti

Racket degli sbarchi: arrestato anche responsabile naufragio

Capelli corti, barba bianca, altezza media, originario del Mali: è l’identikit del capo di una delle organizzazioni di trafficanti di uomini scoperta dalla Procura di Palermo, che ha fermato tre componenti della banda che gestisce la tratta, incaricati di fare entrare in Italia i migranti sopravvissuti alla traversata del Canale di Sicilia.
Gli inquirenti conoscono il nome del leader e dei suoi “colonnelli”, sanno che sta in Libia e che si occupa di tutte le fasi del traffico: mette insieme i “passeggeri”, riscuote un doppio pedaggio, quello per la traversata del deserto e quello del viaggio in mare, procura le imbarcazioni. Un capo vero che si avvale di decine di uomini a cui, ora, i pm di Palermo, coordinati dall’aggiunto Maurizio Scalia, stanno tentando di arrivare. L’inchiesta, una delle tante che la Procura ha condotto, prima in Italia a individuare i trafficanti di uomini, nasce da una tragedia: la morte di oltre 300 persone che hanno perso la vita la notte tra l’8 e il 9 febbraio scorsi, durante la traversata verso Lampedusa.


Tutto parte dal SOS lanciato da un satellitare e giunto alla Capitaneria di Porto. Un telefono che, insieme alle testimonianza dei migranti sopravvissuti al viaggio, si è rivelato di fondamentale importanza per risalire ai trafficanti.
Gli inquirenti hanno accertato che, oltre all’imbarcazione che aveva chiesto aiuto, avevano preso il mare dalle coste libiche altri tre gommoni: a bordo 400 persone in tutto, delle quali soltanto 109, di cui 29 senza vita, sono state recuperate al largo di Lampedusa. Anche il fratello di uno dei fermati, che aveva pagato per fare arrivare il congiunto in Italia, avrebbe perso la vita: dalle intercettazioni emergono frenetici tentativi dell’indagato, arrestato a Milano, di averne notizie.


«Se tu dai una barca ai neri sicuramente affonda, perché loro dicono che sanno leggere la bussola e navigare, ma in realtà la maggior parte di questi neri non sanno leggere la bussola in navigazione, così spesso la barca ha degli incidenti e fanno morire tutti», dice. Ma il viaggio in mare non è l’unica prova a cui i migranti sono sottoposti. La traversata del deserto è dura e alcuni vengono sequestrati da bande e ricomprati dall’organizzazione: pagati a suon di dollari dai trafficanti che conoscono il potenziale valore economico di ognuno. Arrivati vicino Tripoli, a Garabulli, gli extracomunitari vengono tenuti prigionieri da libici. Prendono il mare quando l’organizzazione lo decide e a rischio della vita. «Ricordo che mentre eravamo in balia delle onde - racconta un testimone - abbiamo visto in lontananza una nave che non si è fermata a soccorrerci. Pensavo che sarei morto. Il mio amico che era seduto poco distante da me è morto. In quel momento pioveva, il mare era molto agitato e soffiava un forte vento freddo».


Mentre i passeggeri rischiano la vita, i trafficanti si arricchiscono: uno racconta di volere investire il denaro guadagnato in una concessionaria d’auto. “Nessuno sale sui gommoni se non abbiamo i nostri dinari. Noi siamo dei business men”, si vanta uno degli indagati in una telefonata intercettata dagli investigatori.

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