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Uccisero il pescivendolo Sarchiè: ergastolo a padre e figlio catanesi

Uccisero il pescivendolo Sarchiè: ergastolo a padre e figlio catanesi

Giuseppe e Salvatore Farina, padre e figlio, riconosciuti colpevoli dell’uccisione di un venditore ambulante nelle Marche. Lo ammazzarono solo per eliminare la concorrenza del mercato ittico
Uccisero il pescivendolo Sarchiè: ergastolo a padre e figlio catanesi
MACERATA - Il giudice monocratico di Macerata Chiara Minerva ha condannato all’ergastolo Giuseppe e Salvatore Farina, padre e figlio, accusati dell’omicidio del pescivendolo di San Benedetto del Tronto Pietro Sarchiè, barbaramente ucciso il 18 giugno del 2014 per questioni legate a un’ipotetica concorrenza in campo commerciale. I pm Stefania Ciccioli e Claudio Rastrelli avevano chiesto l’ergastolo per Giuseppe Farina e 20 anni (più 4 da scontare in regime di semilibertà) per il figlio. Il clima è apparso teso fino dalle prime ore della giornata fuori dal tribunale, dove un gruppetto di persone aveva lanciato insulti ai due imputati (”Assassini, buffoni! ”) all’arrivo del cellulare che li portava a Macerata dal carcere di Camerino dove sono detenuti.   In una pausa del processo, la figlia della vittima, Jennifer, aveva dichiarato: «Qualunque sia la sentenza, la vicenda non finisce qui perché noi andremo avanti con la giustizia. Per loro non c’è scampo. Noi ci saremo sempre! ». La vicenda che ha gettato nella disperazione la famiglia Sarchiè (oltre alla figlia Jennifer, c’è la moglie Ave e il figlio Yuti) ha dell’incredibile e pare sia ricollegabile alla concorrenza che Pietro, 62 anni, faceva involontariamente ai due Farina, i quali non riuscivano a far decollare la loro attività nel settore della vendita del pesce proprio per la presenza su piazza dell’inconsapevole rivale.     Pietro Sarchiè, ambulante di pesce da oltre quarant’anni, scomparso il 18 giugno scorso a cavallo fra le frazioni di Seppio e Sellano, fu ritrovato senza vita solo il 5 luglio successivo a San Severino. L’uomo era stato ucciso con cinque colpi di pistola (calibro 38 special, mai rinvenuta), di cui uno esploso alla nuca ed il resto al petto, e successivamente dato alle fiamme prima di essere sotterrato da una montagna di calcinacci, mattonelle ed un materasso.     Detriti e materiale di risulta che sono stati sequestrati e che hanno costituito oggetto di indagini sofisticate. Così come elementi utili per l’incidente probatorio (svolto ad agosto scorso) sono state le parti del furgone Ford Transit; furgone sul quale la vittima vendeva il pesce da ambulante. Ebbene, i pezzi del mezzo sono stati ritrovati sparsi nelle campagne, in un capannone nell’alto Maceratese di uno degli arrestati, ed anche in un garage a Catania assieme con altri oggetti personali di Sarchiè (un paio di occhiali, la foto della madre, i guanti da lavoro, un santino, un ferro da cavallo, etc...).      Secondo la ricostruzione delle indagini, a sparare sarebbe stato Giuseppe Farina, mentre il figlio Salvo avrebbe dato al padre supporto. Un’assurdità, se si pensa che Pietro Sarchiè sarebbe andato in pensione qualche mese dopo essere stato ucciso.

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