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Catania, rimosso da sagrato manto di bitume

Catania, rimosso dal sagrato il manto di bitume «In città ognuno fa quello che vuole»

Catania, rimosso dal sagrato il manto di bitume «In città ognuno fa quello che vuole»

Potenza dello sfottò! Mai si era vista tanta rapidità nel rimediare a un danno fatto. L’indignazione suscitata in tutta Italia da quello strato di bitume nero steso sul sagrato della Cattedrale, come se si fosse in un’anonima autostrada e non nel cuore della città storica, ha spinto tutti a correre ai ripari: la Diocesi che ha fatto il danno, il Comune e la Sovrintendenza cui spetta la tutela del patrimonio artistico e monumentale. Tutti tempestivi nel decidere la rimozione di quello spesso strato di vergogna.

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Detto fatto, in tempi brevissimi, come non si è mai visto, pur di sfuggire all’incanzante ironia dei catanesi. Segno che, se i cittadini vogliono, possono farsi sentire e ottenere risultati. Dunque ieri mattina operai al lavoro, a spalare bitume in quantità, e cancellate chiuse per tenere a distanza curiosi e battutisti. A tarda mattinata il sopralluogo della sovrintendente Fulvia Caffo volto a valutare una prova campione del coccio pesto con cui ha deciso di sostituire l’asfalto in questa parte del sagrato dove la pavimentazione era saltata. E, poiché quella esistente, si caratterizza soprattutto per i colori del grigio e del rossastro, per richiamarne le tonalità, il coccio pesto - che è un impasto a base di calce e inerti - sarà realizzato con cotto d’argilla e coccio lavico. Questo almeno per la soluzione tampone ora in corso.

IL PASTICCIO MULTISERVIZI

In prospettiva, infatti, la sovrintendenza ha previsto il rifacimento di questo tratto della pavimentazione, riprendendo i motivi della tessitura dello speculare ingresso laterale sinistro, e il restauro di tutto il pavimento del sagrato. Ma questo presuppone un progetto, risorse e tempi lunghi. Una vicenda che - proprio perché estrema per l’incultura e l’arroganza che rileva - riporta all’attenzione il degrado in cui versa tutta la città, a partire dal centro storico i cui palazzi e le cui facciate sono coperti e scempiati da ogni tipo di pubblicità, una città in cui ognuno fa quello che vuole, senza chiedere le necessarie autorizzazioni, senza alcun rispetto per il contesto, senza il minimo senso del bello, del buon gusto. Un centro storico ridotto a mera quinta per turisti e avventori, a suk disordinato e caotico in cui chiunque occupa il suolo pubblico come crede.

 

«Eppure - commenta scorata la sovrintendente - i cittadini, e gli enti, sanno, o dovrebbero sapere, che prima di ogni intervento bisogna chiedere l’autorizzazione al Comune e presentare il relativo progetto. Invece c’è stata un’escalation degli interventi abusivi, soprattutto per quanto riguarda le attività commerciali che aprono e chiudono alla velocità della luce, occupano il suolo pubblico e ricoprono i prospetti dei palazzi con pannelli pubblicitari sempre più grandi che nascondono le parti ad intonaco e le mostre in pietra e persino i balconi, cosicché non si capisce più lo stile architettonico di un edificio, né è alterato l’aspetto compositivo. E, nell’insieme, il risultato è il degrado. Ad essere pubblicizzato è soprattutto il cibo: ovunque insegne enormi con coni, panini, piatti di insalata... anche in via Etnea, non solo nelle traverse laterali, come una volta. E’ una sorta di corsa al gigantismo pubblicitario. Insegne erormi e addirittura impianti con ballatoi per la sicurezza. E’ un fenomeno che dilaga in mancanza di controlli».

 

A controllare è preposto il Comune attraverso i vigili urbani e l’assessorato alle attività produttive. Ed è al Comune che la sovrintendenza si rivolge per sapere se ha dato autorizzazione e per avere i nominativi della ditta cui inviare l’ordinanza di rimozione. Ma i controlli sono sporadici rispetto alla diffusione dell’abusivismo. «Il problema centrale - spiega l’arch. Fulvia Caffo - è che la città non ha un “piano del commercio”, che è alla base di tutto perché è su questo che si sceglie che tipo di attività insediare in centro storico. In assenza di una programmazione generale ognuno apre l’attività che vuole dove vuole. E poi manca anche un regolamento per l’uso pubblico degli spazi aperti. Noi della Sovrintendenza abbiamo preparato una scheda di accordo di semplificazione dei procedimenti di autorizzazione dell’uso del suolo pubblico. Abbiamo indicato le aree da tutelare e le tipologie di arredo urbano da potere utilizzare in ognuna di queste per cui, se si rispettano tempistica, procedure e tipologie, il parere della sovrintendenza di dichiara reso, saltando il passaggio delle autorizzazioni. Abbiamo trasmesso questa proposta di accordo al Comune nell’ottobre scorso e aspettiamo risposta». E se non c’è il «piano del commercio» e neppure il «regolamento per l’uso del suolo pubblico», non stupisce di certo che manchi anche il «piano del colore».

 

E, in tanto degrado, la sovrintendente lo considera il male minore. «Per gli edifici significativi noi prescriviamo anche quale deve essere il colore della facciata, ma la singola bottega fa quello che vuole, non si pone il problema e le insegne, ormai enormi, coprono anche il colore. Inoltre, non essendoci un piano del colore, e dunque un obbligo a rispettarlo, se non si tratta di un edificio vincolato è difficile intervenire. Noi segnalazioni ne facciamo tante, ma sono poche rispetto a quello che ci sfugge. E’ un problema di cultura, di buon gusto. I cittadini dovrebbero essere educati anche in questo campo». Intanto la città si imbarbarisce

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