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Il crack della Wind Jet coperto dalle bugie

Il crack della Wind Jet coperto dalle bugie La verità emerge solo nelle intercettazioni

Dalle carte dell'inchiesta Icaro il racconto degli imbrogli

Il crack della Wind Jet coperto dalle bugie La verità emerge solo nelle intercettazioni

CATANIA. Bugie. Questa è una storia di tante bugie. Bugie al fisco, ai creditori, alle centinaia di dipendenti licenziati. Bugie che attraversano la propria coscienza; nella dignità di imprenditori, nei doveri di professionisti. Ma, fra i tanti bugiardi di questa storia, c’è uno che - almeno alla propria moglie - dice la verità. Come Giovanni D’Amico: «Ho scoperto che hanno fatto effettivamente un “traccheggio” incredibile... ma anche lì che cazzo c’entro... cioè alla fine ne ero a conoscenza, ma che cosa potevo fare io... (...) ma cosa dovevo fare io? ».

 

Il cosiddetto engineering manager di Wind Jet, fra i 17 indagati dell’inchiesta “Icaro”, il 12 luglio scorso si sfoga con la consorte. E l’indomani, racconta un’intercettazione citata nelle 32 pagine di ordinanza del gip Giuliana Sammartino, è lo stesso D’Amico a chiacchierare in libertà con un amico, tale Fabio: «Praticamente cosa faceva ‘sto coglione di Rantuccio... praticamente tutte le rimanenze di magazzino le sopravvalutava... ».

 

E, riferendosi in particolare all’acquisto fittizio di Wind Jet dalla Jmv Aviaton, «questo kit molto probabilmente gliel’ha dato “Matko e soci” per installare il motore. Poi... (incomprensibile) ci ha detto perché non te lo compri tu questo kit!? Cosa ha fatto Rantuccio: ha pagato il kit un milione e mezzo e s’è fatto restituire 800 mila. Ok!? ». Parole poi riscontrate, nero su bianco, dalle carte. Sì, perché quella che il procuratore di Catania, Michelangelo Patanè, ha definito «una delle operazioni più importanti e complesse che si sono svolte a Catania in materia di reati contro l’economia, i reati tributari e di bancarotta», è soprattutto un’inchiesta fatta di carte. E di numeri. Un’immensa montagna, accumulata nei mesi dalla guardia di finanza. L’episodio più clamoroso è la cessione del marchio Wind Jet, della quale sul nostro giornale parlammo nell’edizione del 14 agosto 2012, nella caldissima estate del crac della compagnia aerea.

 

Nel 2006 Wind Jet vende a Meridi Srl, altra società di Nino Pulvirenti, il proprio marchio (valutato 319 euro nel bilancio 2004!) per la stratosferica cifra di 10 milioni. Un’operazione «priva di alcuna ragione economica», scrive il gip, perché l’acquirente «che operava nel settore dei supermercati e della ristorazione» non aveva «nulla a che fare aveva con il marchio della compagnia aerea». Il preliminare di vendita è stipulato il 31 dicembre 2005, «al prezzo risultante dalla redigenda perizia». Rilasciata, il 29 maggio dell’anno dopo, «dal dott. Francesco Fiscella (componente dello Studio Prof. Vincenzo Patti e Associati dal 2003», ricorda il gip. Fiscella non è fra gli indagati. Il 31 maggio 2006 la stipula del contratto, il 18 marzo 2009 il “cavallo di ritorno”: Meridi rivende a Wind Jet il marchio allo stesso prezzo, 10 milioni, in 20 rate semestrali da 500mila euro. Di questa somma, con sette assegni non trasferibili, vengono pagati 2,4 milioni fra il marzo e il giugno 2011.

 

Il gip, ritenendo «non convincenti» gli argomenti della memoria difensiva dell’ottobre 2015, arriva a due conclusioni: che «l’originaria cessione del marchio era finalizzata ad alterare» conti e patrimonio di Wind Jet e che «il riacquisto tutelava l’interesse di Meridi (facente capo allo stesso Pulvirenti) di liberarsi di un asset ormai privo di valore, arrecando contestualmente pregiudizio ai creditori di Wind Jet». Anche Mario Libertini, commissario del concordato, evidenzia «l’artificiosità dell’operazione di rivalutazione del marchio e le anomalie di bilancio».

 

I pm di Catania ricostruiscono anche ciò che accade dopo l’incidente del 24 settembre 2010: un Airbus A319 della Wind Jet va fuori pista, finendo il suo atterraggio disperato sul prato dell’aeroporto di Palermo. Illesi, per fortuna, i 123 passeggeri a bordo. Ebbene, il valore di quel velivolo è quantificato in 20.455.158,41 dollari, circa 15,3 milioni di euro, dalla Dale Aviation Ltd, del manager Matko Dadic (indagato). Tra l’altro «non risultava documentata alcuna attività peritale». E comunque è una stima «clamorosamente distante», per la guardia di finanza, visto che poi la stessa Wind Jet si sarebbe accordata con Assicurazioni Generali per 810mila dollari, circa 600mila euro.

 

Lo stesso sistema, secondo l’accusa, utilizzato per la valutazione del magazzino ricambi della compagnia: 9,3 milioni. E poi un’altra perizia del 2012 della Dale Aviation sui magazzini della compagnia: rimanenze stimate in 30,9 milioni. In questa cifra è compreso l’“immortale” Airbus A319 incidentato a Punta Raisi. Più “prezioso” di due anni prima: 21,3 milioni. Nonostante i due motori fossero stati ceduti, nell’ottobre 2011, alla Israel Aerospace Industries Ltd a 3 milioni di dollari seppur in uno stato definito «inutilizzabile». Sono solo alcune delle operazioni spericolate di Pulvirenti e soci. Con le coperture giuste. Non solo affaristi stranieri.

 

Ma anche collegio dei sindaci, commercialisti, revisori. Con relazioni retrodatate «come succedeva nel 99% dei casi», ammette Remo Simonetti, amministratore della Bompani Audit, intercettato il 10 luglio 2015 con il collega Giulio Marchetti. Racconta dell’inventario da redigere, rivelando che Pulvirenti e Rantuccio gli avevano chiamato chiedendogli di «eliminare il problema». Ma lui non ci stava ad «andare in galera per fare un favore a loro su cifre di 30/40 milioni». Dunque il compromesso: viene «revisionato qualche punto o eliminato qualche pezzo». E Simonetti ammette al suo interlocutore: «... Ci sta pure il fatto... che magari... no... avevamo detto... “questa cosa è nera”... poi loro ci hano fatto vedere qualche documento, qualche cosa che è diventata grigia o bianca». Una spiegazione impeccabile. Su come cambia tutto - i numeri, i bilanci, i colori - nella “terra di mezzo” di Pulvirenti.

twitter: @MarioBarresi

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