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Massimo Naro su morte Riina: «La chiesa siciliana predichi ai mafiosi»

Il direttore del Centro Studi Cammarata di San Cataldo reputa che "la morte del padrino di Corleone deve essere un'occasione propizia per rompere il silenzio nei confronti dei mafiosi"

Massimo Naro su morte Riina: «La chiesa siciliana predichi ai mafiosi»

Una preghiera privata, presso la sua tomba, al cimitero di Corleone. Questo dovranno limitarsi a fare i parenti e gli amici del boss Totò Riina, se davvero credono all’importanza e all’efficacia della preghiera, umile e fiduciosa, a Dio. Lo dispongono le autorità ecclesiastiche, di concerto – sicuramente – con quelle giudiziarie. Con una certa dose di opportuna prudenza, si può osservare, del resto. Conviene, infatti, fare il possibile per evitare che gente di dura cervice sfrutti momenti sacri come la liturgia esequiale per omaggiare pubblicamente, sotto gli obiettivi televisivi di mezzo mondo, una persona che – per le sue scellerate scelte – durante gran parte della sua vita non ha certo acquisito meriti civili e di nessun altro genere, meno che meno religiosi.

In internet si possono rintracciare le fotografie in bianco e nero del funerale dello storico capo dei capi di Cosa nostra, don Calogero Vizzini, nel 1954: un gran “concorso di popolo” – espressione classica usata di solito per descrivere la partecipazione alle feste patronali –, una folla straripante dalla chiesa del suo paese, antica capitale di mafia nell’entroterra siciliano, tutta compunta e devota, come se stesse a dare l’ultimo saluto a una persona perbene. O, persino, a un sant’uomo. Giustamente, cose del genere non devono ripetersi nel caso del più efferato tra i capi dei capi.

Tuttavia, dal punto di vista teologico e pastorale, così, rimane ancora disattesa una sfida urgente: quella di predicare la misericordia divina, la sua assoluta gratuità (che scavalca ogni umano merito) e le sue radicali esigenze (che implicano la sincera e fattiva conversione), valida per tutti, nessuno escluso, neppure un sanguinario mafioso come Riina. Reputo che la morte del padrino di Corleone sia stata l’occasione propizia – il “kairós”, si dice nel greco del Nuovo Testamento – per rompere il silenzio non solo sulla mafia, come fece il cardinale Pappalardo, nel 1982, predicando nel funerale del generale Dalla Chiesa, ma anche il silenzio nei confronti dei mafiosi. Il momento giusto, cioè, per parlare anche a loro, pubblicamente e inequivocabilmente, come hanno d’altra parte già fatto due papi come Wojtyla nel 1993 nella Valle dei Templi e Bergoglio nel 2014 nella chiesa di San Gregorio VII a Roma. Predicare riguardo alla mafia, e - anzi - ai mafiosi o ai loro ammiratori, non più soltanto nei funerali delle vittime eminenti, ma anche dei boss più famigerati, mi pare lo sforzo pastorale che i vescovi di Sicilia, ma anche quelli dell’Italia intera, non si sono ancora decisi ad affrontare.


Se si riflette bene, peraltro, ci si può rendere conto che non è questione di conversione acclarata o meno: questa è sempre imponderabile, persino per chi dichiara a gran voce d’essersi pentito (e non solo nel caso dei mafiosi, ma anche di ogni altro peccatore). È invece questione d’essere coraggiosamente e generosamente creativi dal punto di vista pastorale. Si tratta di riflettere, di discernere, di decidere e di agire pastoralmente, più che mediaticamente. Si tratta, insomma, d’accettare la sfida di parlare su un tema difficile e ad interlocutori difficili, vale a dire agli amici del boss, mafiosi o di mentalità mafiosa come lui, ma pure a tutti gli altri, a tutti quelli che sono dolorosamente feriti dalla violenza mafiosa, come i parenti delle vittime di Riina, che s’appellano ora al “giudizio di Dio”, ricordando probabilmente le parole di papa Giovanni Paolo II.
Proprio di questo si tratta: annunciare a tutti il giudizio divino. Ma come il giudizio divino si annuncia, da se stesso, nella vicenda di un Maestro di duemila anni fa, che parlava di un Padre che fa piovere su giusti e ingiusti, e fa sorgere il sole su buoni e cattivi. A questa pioggia di grazia – inevitabile, come apprendiamo dal magistero di papa Francesco sulla misericordia divina – a questo sole di giustizia, tutti siamo esposti, specialmente quando giunge il momento di “vedere” Dio faccia a faccia. Dio non potrà non far piovere o non far sorgere il sole anche su Riina. Solo Riina potrà mettersi al riparo di quella pioggia divina, potrà fuggire da quel sole, così rimanendo – a suo modo – coerente alle sue sbagliate scelte terrene. Ma questo non lo sappiamo e non lo decidiamo noi: un funerale cristiano serve non a rendere gli onori a chi si è comportato bene, non a dare patentini per il paradiso, ma per invitare a pregare, tutti, come comunità ecclesiale, come famiglia di Dio, affinché anche la pecora più nera, quella più sbandata, che s’è comportata da lupo, per dire pane al pane e vino al vino, “non si perda in nessun caso, come vuole il Padre” (così si legge nel capitolo 18 del vangelo di Matteo).

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