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Dentro la crisi del pomodorino di Pachino che resta nelle serre

Dentro la crisi del pomodorino di Pachino: i produttori costretti a lasciarlo nelle serre

Il prezzo è crollato, il mercato e saturo e il comparto è in ginocchio

Dentro la crisi del pomodorino di Pachino: i produttori costretti a lasciarlo nelle serre

PACHINO - Le mani sono nere, cotte dal sole e consumate dalla terra. E’ facile leggere sul suo viso stanco e pieno di rughe la disperazione del momento. Un’angoscia che condivide con centinaia di famiglie del territorio. Hanno un problema, anzi ne hanno parecchi. Ma l’ultimo è quello che li ha messi “ko”. Il prezzo del pomodoro ciliegino è crollato.  Ora oscilla dai 20 ai 60 centesimi al chilo. Ogni giorno una perdita economica irreparabile e ieri l’ennesima amara notizia: «Ci hanno detto di non raccogliere più niente perché il mercato è saturo».  Aldo Beninato, uno dei piccoli produttori di ciliegino, incarna la protesta del territorio. In macchina, percorrendo le contrade di Pachino, indica i terreni in cui ha lavorato, quelli che ha visto svilupparsi meglio e quelli che sta vedendo morire lentamente.

 

Come mezzadro ha lavorato anche le terre del “barone” ma poi con i sacrifici e riuscito  riscattare il suo terreno, il suo lavoro. Oggi lui, e tante altre famiglie, rischiano di perdere tutto. In una terra stupenda, dove il lavoro nei campi è sacrificio ma anche gioia mattutina,  dove il sole riflette sui teloni delle serre, oggi serpeggia un amaro sospetto. «Se hanno deciso di farci chiudere – dice Aldo – lo dicano chiaramente. Non attraverso leggi e normative che hanno tutta l’aria di essere una cura alla morte assistita per noi coltivatori manovali diretti della terra».

 

Si riferisce alla grande distribuzione organizzata, alle regole europee, alle frontiere aperte che permettono l’invasione nel mercato ortofrutticolo Italiano ed Europeo di prodotti che provengono dalla Tunisia, dal Marocco e per ultima dalla Turchia. «La parte dei baroni di un tempo – dice Aldo - adesso la fanno le grandi catene di distribuzione perché fanno il bello e cattivo tempo.  Noi siamo costretti ad avere regole europee, rigide sulla coltivazione, sul tipo di concime da utilizzare, sui luoghi dove andiamo a piantare i nostri frutti.  Mentre nel nord Africa è concesso, per esempio,  usare il bromuro di metile che non usiamo più da 14 anni o  prodotti derivati dal DDT che in Italia sono banditi dal 1970. Una concorrenza sleale che è aggravata dal prezzo della manodopera. La produzione di un chilo di pomodoro ciliegino si aggira introno ai 60/70 centesimi in Sicilia. Oggi il mercato mi impone di venderlo dai 20 ai 60 centesimi».

 

I dati gli danno ragione. Alle frontiere si registra un eccesso di quantità entrante rispetto a quanto stabilito dal patto UE-Marocco. Risulta infatti che le esportazioni di pomodoro dal Marocco verso l'Ue sono aumentate del 75-100% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. Entra nella serra, sposta una piantina per mostrare il frutto del suo lavoro. «Io questo – e prende in mano un grappolo di pomodoro  - secondo i signori dei grandi magazzini lo dovrei lasciare qui a marcire, aspettando il prezzo buono? Lo vendo perché ho fame e a casa devono mangiare. Ci vado in perdita, ma almeno sfamo la mia famiglia».

 

Il presidente del consorzio di tutela pomodoro di Pachino Igp, Sebastiano Fortunato, riassume il quadro della situazione. «Abbiamo – dice Fortunato -  una concorrenza spietata a livello europeo perché i competitor riescono ad abbattere i costi di produzione.  Marocco,Tunisia, e i prodotti spagnoli stanno invadendo il nostro mercato. Ovviamente loro arrivano nei mercati europei con  un prodotto che sembra simile al nostro e la grande distribuzione decise quale vendere. Attualmente per il nostro prodotto mancano gli ordini. Il pomodoro convenzionale non arriva all’euro di liquidazione, ma nei punti vendita c‘è un ricarico esagerato. Ci sono punte di 6 euro al chilo. Così viene penalizzato sia il produttore, sia il consumatore».

 

Il presidente del consorzio Igp chiede un intervento istituzionale per quella che definisce “una guerra fra poveri”.  «Serve  - dice Fortunato - un intervento politico  forte a livello nazionale e a livello europeo perché bisogna rispristinare la domanda con l’offerta. Purtroppo la domanda è concentrata e l’offerta è frantumata. Il vero problema è questo».

 

Nel frattempo in piazza a Pachino tornano a riunirsi gli agricoltori. E’ sera e in tanti vengono direttamente dalle campagne per confrontarsi su come sia andata la giornata e cercare insieme di trovare una soluzione per uscire dall’emergenza. «Dobbiamo fare una manifestazione eclatante». Questo dice la piazza. L’europarlamentare Michela Giuffrida sembra avere un filo diretto con il territorio e lei, prima di altri, promette di affrontare la questione a livello europeo. «Io ritengo – dice l’on. Giuffrida -  che le manifestazioni di questi produttori siano più che condivisibili e le loro preoccupazioni sacrosante. Sono più che consapevole del fatto che c’è un disagio enorme. Chiederò che sia applicata la clausola di salvaguardia, perché gli accordi mediterranei prevedono questo e credo  che in questo caso può essere riconosciuto per l’emergenza ciliegino».

 

Poi la promessa. «Sono disponibile - dice l’europarlamentare -  ad organizzare un grande incontro di sensibilizzazione per portare alla ribalta questo tema a livello nazionale ed europeo. La mia posizione sul tema è chiara. Mi sono già opposta al provvedimento che prevede l’arrivo in Europa di 35 tonnellate di olio d’oliva dalla Tunisia senza dazio, come risarcimento dei danni subiti all’economia del paese nordafricano. Adesso sarò in prima linea nel tutelare ciò che deve essere considerato un patrimonio dell’identità culinaria italiana: il ciliegino».

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commenti 1
  • GiuPic

    11 Settembre 2016 - 11:11

    Bisogna urgentemente intervenire entro dicembre 2016 a cercare di ridurre l'ingresso di prodotti africani in modo tale da riequilibrare la domanda e l'offerta del prodotto made in Italy. Abbiamo la necessità di differenziare il nostro prodotto attraverso una seria campagna informativa diretta al consumatore finale sulla sanità delle nostre produzioni rispetto alle loro. Solo così possiamo competere con i loro costi di produzione dettati da manodopera con stili di vita e cultura diverse dalle nostre. Sembra invece che per il nostro governo dobbiamo essere noi ad equipararci a culture e stili di vita non confacenti al nostro paese. Quindi se non vogliamo creare qui in Sicilia una filiale africana dobbiamo trovare immediatamente una soluzione al problema, anche se necessari l'applicazione di dazi gravosi per i periodi di piena produzione. Giuseppe Piccione Naturalmente srl Vittoria RG 3396247760

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