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Vittime di mafia assunte dalla Regione

Vittime di mafia assunte dalla Regione facevano i “furbetti” col cartellino a Gela

Indagine della Guardia di Finanza: in 4 si assentavano dal lavoro

Vittime di mafia assunte dalla Regione facevano i “furbetti” col cartellino a Gela

GELA - Questa volta i furbetti del cartellino sarebbero parenti di vittime della mafia, assunti per chiamata diretta dalla Regione. L’indagine sulla quale sta lavorando la procura di Gela da 4 anni riguarda quattro persone, tre delle quali imparentate tra loro, che si sarebbero più volte assentati dal posto di lavoro, ovvero dagli uffici periferici della Regione a Gela. Dopo l’avviso di garanzia e la richiesta di rinvio a giudizio è in corso il procedimento disciplinare della Funzione pubblica. Secondo le poche indiscrezioni trapelate gli indagati farebbero parte di una famiglia sterminata nel 1988 durante la guerra di mafia dalla Stidda. L’ipotesi di accusa è di truffa aggravata. Gli interessati vennero assunti con i benefici della legge regionale 20/1999. 

 

Secondo la guardia di finanza che, ha indagato per settimane su di loro, con appostamenti e pedinamenti, sono tre fratelli di Gela (una femmina e due maschi) figli di un commerciante di macchine agricole, incensurato, esponente della DC, ucciso a colpi di pistola dai killer della “Stidda” nel febbraio del 1989, davanti a un bar del quartiere Macchitella, durante la guerra di mafia. L’unica sua colpa era quella di essere fratello del socio di Giuseppe “Piddu” Madonia (boss di Cosa Nostra) nella ditta di movimento terra “Poma”. Anche il fratello era stato assassinato dagli “stiddari”, in casa, assieme alla moglie e a due figlie, nella strage del 12 dicembre del 1988.

 

I figli superstiti del commerciante furono assunti dalla Regione Sicilia in virtù della legge n.20/99 e assegnati alle sedi periferiche: la femmina, oggi 47enne, al “centro per l’impiego” di Gela; i due maschi, rispettivamente di 40 e di 31 anni, alla sezione operativa gelese di assistenza tecnica per l’agricoltura (Soat).

 


Le fiamme gialle, nel 2012, avrebbero accertato che i tre fratelli e una quarta persona della Soat, per motivi personali, si assentavano continuamente dal lavoro a volte arbitrariamente a volte con permessi (scritti o verbali) che prevedevano il recupero delle ore non prestate. Recupero che però non sarebbe avvenuto quasi mai.

 

Da qui, nel 2015, l’accusa formulata nei loro confronti dal pm, Elisa Calanducci (nel frattempo trasferita ad altra sede), che ne ha chiesto il rinvio a giudizio per falso e truffa in danno della pubblica amministrazione. Sarà il processo a stabilire la verità dei fatti.

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