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Migranti, a Palermo emessa prima condanna a rete trafficanti

Migranti, a Palermo prima condanna a rete trafficanti -Fondamentali intercettazioni e racconti superstiti naufragi

Fondamentali intercettazioni e racconti dei superstiti. Pene comprese tra i due e i sei anni, ma mancano i capi

Migranti, a Palermo prima condanna a rete trafficanti -Fondamentali intercettazioni e racconti superstiti naufragi

 Hanno finalmente un nome i trafficanti di esseri umani, gli uomini di uno dei principali network criminali che organizza i viaggi della speranza tra l'Africa e le coste siciliane e che gestisce la permanenza in Italia dei migranti e i loro trasferimenti verso le mete finali: Norvegia, Germania, Inghilterra e Svezia. Per la prima volta in Italia un giudice ha condannato i componenti di un'organizzazione criminale ramificata in Africa ed Europa, ritenendoli colpevoli dell'ingresso illegale di centinaia di extracomunitari, delle loro fughe dai vari centri di accoglienza siciliani e dei loro trasferimenti dall'Italia.

 

A pena comprese tra i due e i sei anni e 4 mesi sono stati condannati sei eritrei, la cellula italiana della rete di trafficanti. Sono tutti detenuti dal giorno del loro arresto, a luglio del 2014 e i termini di custodia cautelare, in assenza del verdetto, sarebbero scaduti a fine marzo. I pm Maurizio Scalia, Geri Ferrara e Claudio Camilleri, primi magistrati in Italia a portare in un'aula di giustizia gli autori del traffico di uomini, contestano ai sei eritrei l'associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.

 

"Siamo soddisfatti, l'impianto accusatorio ha retto", ha detto l'aggiunto Scalia. Mancano all'appello però i tre capi della banda: Ermies Ghermay, etiope latitante in Libia, Shamshedin Abkadt, eritreo e John Mahray, sudanese. Con le nuove norme la loro condizione di irreperibilità ha determinato che il processo a loro carico si sospendesse, circostanza che di fatto ha impedito al giudice di valutare la posizione delle "menti" dell'organizzazione responsabili dell'organizzazione dei viaggi verso l'Italia.

 

Agli imputati la Procura che ha coordinato una complessa indagine, basata soprattutto migliaia di intercettazioni telefoniche, sono arrivati grazie alle testimonianze di un pentito, Wehabrebi Atta, e a quelle dei superstiti del tragico naufragio che, il 3 ottobre del 2013, costò la vita a 366 persone morte annegate davanti all'isola di Lampedusa. Furono loro a fornire alla polizia le utenti dei loro referenti nell'organizzazione che vennero poi intercettate. I racconti dei superstiti hanno descritto le condizioni disumane di un calvario che cominciava con un lungo viaggio attraverso il Sudan. In una "terra di nessuno" i gruppi venivano quasi sempre intercettati e rapiti. Quindi concentrati in una casa a Sebha, nutriti a pane e acqua, torturati con manganelli e scariche elettriche alle piante dei piedi. Le donne venivano stuprate oppure offerte "in dono" ad altri trafficanti.

 

Questo trattamento serviva a terrorizzare le famiglie e costringerle a versare riscatti fino a 3500 dollari. Si aggiungevano ai quasi 1500 dollari per la traversata. Le "cellule" agrigentina e romana pensavano poi a organizzare le fughe dai centri di accoglienza e i trasferimenti in vari paesi europei, Germania e Svezia soprattutto. In qualche caso anche finti matrimoni per ingressi "legali". Una perfetta rete finanziaria, che utilizzava il sistema del money transfer, e alimentava l'immenso business delle migrazioni. A conti fatti, un barcone stipato e mandato allo sbaraglio poteva fruttare fino a un milione di euro. "La mia America è qui" diceva, soddisfatto, al telefono Shamshedin Abkat.

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