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I furbetti che se la cavano sempre: in Sicilia

I furbetti che se la cavano sempre: in Sicilia tanti indagati, processati e quasi mai cacciati

I sindaci: «Più poteri per punire i cattivi e premiare i buoni»

I furbetti che se la cavano sempre: in Sicilia tanti indagati, processati e quasi mai cacciati

CATANIA -  Nome in codice: “caso Giglio”. Ad Avola, meraviglioso tacco del sud-est siculo, tutti lo chiamano così. Ma altrove in pochi conoscono questa storia. E dunque ve la raccontiamo. Nino Giglio è un ispettore capo della polizia muncipale, molto stimato nel suo paese. Il 9 luglio del 2014 (il post incriminato, nel vero senso della parola, è delle 16,41) interviene su Facebook, dal suo cellulare, in una bagarre politica fra il vicesindaco e un ex assessore. Nulla di male: un cittadino che espirme le proprie opinioni. Se non fosse che in quel momento il vigile era in servizio. L’amministrazione comunale, fors’anche un po’ infastidita dai commenti del vigile-opinionista, lo punisce: 11 giorni di sospensione dal servizio e ovviamente dallo stipendio. Il dipendente si rivolge al giudice del lavoro e vince: sanzione annullata, perché «illegittima» oltre che «sproporzionata». E il Comune, che ha presentato ricorso, condannato al pagamento delle spese legali.

 

 

«Ma come possiamo essere rigorosi se poi ci troviamo di fronte a un giudice che ti dice che il vigile poteva chattare con una mano e tenere la paletta per dirigere il traffico con l’altra mano? ». La domanda, non del tutto disinteressata, se la pone Luca Cannata. Che, oltre a essere il sindaco di Avola, è pur sempre il vicepresidente vicario di Anci Sicilia. E dunque, anche a nome degli altri 389 colleghi con la fascia tricolore, rappresenta la «difficoltà di affrontare il problema dei furbetti del cartellino in modo efficace perché non abbiamo gli strumenti che ce lo permettono». 

 

 

Il vicepresidente dell’associazione dei sindaci siciliani si riferisce «a controlli più efficaci», ma soprattutto al «potere di punire i cattivi e premiare i buoni». Il sindaco di Avola è convinto che «la qualità dei servizi ai cittadini sarebbe di gran lunga migliore e si ridurrebbe drasticamente la percentuale di “imboscamenti” e di abusi se noi sindaci potessimo davvero licenziare chi sbaglia e incentivare i meritevoli». Cannata amministra un Comune con circa 400 dipendenti di cui una quarantina in esubero. «Mi considerano uno sceriffo, perché dall’insediamento ho promosso già una decina di provvedimenti disciplinari. Ma io vado avanti per questa strada. Il miglior attestato? Quello dei cittadini. Che mi dicono: “Sindaco, quando non c’è lei in municipio si vede, perché c’è molta più gente nei bar”».

 

 

 

Il ragionamento di Cannata è destinato a dividere innocentisti e forcaioli. Ma regge, se si guarda a un macrodato. Il caso dei furbetti di Sanremo, oltre che per l’impatto-choc dello strisciatore di badge in mutande, è diventato un simbolo perché lì, dopo l’accertamento delle responsabilità, i licenziamenti alla fine sono scattati davvero. Altrove non è così. Dopo le operazioni di forze dell’ordine e magistratura, subentra il clamore e la gogna mediatica. Magari ci mettono su un paio di arene televisive, ma poi nessuno viene punito. Talvolta perché non lo meritano, ci mancherebbe. Ma spesso perché ci sono dei meccanismi di “protezione della specie” ben più forti degli strumenti già disponibili (la legge Brunetta invocata in queste ore anche ad Acireale), aspettando la tanto agognata riforma Madia.

 

 

E la Sicilia non fa certo eccezione. Anzi. Nell’ultimo quadriennio c’è un vasto campionario di operazioni anti-assenteismo. Ma nessuna di queste, al di là del percorso giudiziario, s’è conclusa con un licenziamento nel parallelo iter disciplinare. Giusto per restare in ambito di Comuni, una delle pochissime eccezioni è avvenuta a Siracusa. Dove un impiegato di Palazzo Vermexio, secondo le accuse dei pm, anziché lavorare nel suo ufficio faceva supplenza a scuola: licenziato. Così come i 21 dipendenti (non tutti per ragioni legate all’assenteismo, ma talvolta per casi di arresti per corruzione o concussione) licenziati a Palermo, fra Comune e aziende partecipate. Per cui il sindaco Leoluca Orlando, presidente di Anci Sicilia, ha tutto il diritto di invocare la «responsabilità morale dei sindaci», visto che riesce ad applicare in modo corretto le regole che già ci sono.

 

 

I casi di Palermo sono emblematici. C’è il dipendente travolto da un’auto (del Comune: che sfortuna...) proprio mentre una sua collega strisciava il badge al posto suo; c’è il responsabile degli abbonamenti gratuiti per gli autobus che ne “regala” uno alla moglie; ma c’è anche un operaio comunale che prende a pugni il suo dirigente perché gli negava un trasferimento. Ma, anche spulciando gli “Annali” di Google, non viene fuori nient’altro. È tutta una serie di scandali, inchieste, processi, spesso condanne. Giammai licenziamenti. Sempre nel Siracusano, a Buccheri, una condanna e un’assoluzione per due dipendenti alla sbarra. In attesa di sapere cosa succederà sul fronte disciplinare. Ma l’elenco è lungo: 26 assenteisti denunciati a Villafrati, nel Palermitano; 33 sotto processo per aver timbrato senza andare al lavoro, fra il 2007 e il 2008, a Barcellona Pozzo di Gotto, ma è subentrata la prescrizione. Così come si attendono gli sviluppi giudiziari dei 82 impiegati del Comune di Modica, ripresi, nel 2012, mentre “strisciavano” e poi andavano via.

 

 

Loro, comunque, sono rimasti tutti al loro posto. Così come i colleghi (in tutti i sensi) di Pachino, che qualche settimana fa salirono alla ribalta nazionale per le immagini che ritraevano qualcuno di loro al supermercato o a praticava l’hobby della caccia. «Ma si tratta, così come per Acireale, di una piccola percentuale di mele marce che rovinano la reputazione di migliaia di dipendenti onesti», rivendica Michele Palazzotto. Il segretario regionale di FpCgil ricorda che «sono decisamente di più i precari a 800 euro al mese che reggono gli uffici, al di là dei contratti da fame anche per chi precario non è». E fornisce una chiave di lettura sul caso dei furbetti: «Prima ancora di pm e polizia, gli anticorpi ci sarebbero tutti nei controlli dei dirigenti. Che, oltre della qualità dei servizi, sono responsabili anche di ogni possibile anomalia».

 

 

Ma queste dinamiche non riguardano soltanto i Comuni. Basta citare qualcuno dei casi più emblematici (70 dipendenti dell’Iacp condannati in primo grado per assenteismo, 69 sommando le Asp di Ragusa e Siracusa, 80 al Teatro “Bellini” di Catania, 400 vigili urbani indagati a Palermo) per capire che nessuna Pubblica amministrazione è immune. Nemmeno la Regione: 9 impiegati dell’Ufficio del Garante per i detenuti sono stati condannati a 10 mesi a testa (pena sospesa) in primo grado. Ma nessuno di questi altri è stato licenziato.

 

 

Il governatore Rosario Crocetta, che si dice «esterrefatto dell’entità e della gravità del fenomeno», invoca una «profonda autocritica di tutta l’amministrazione pubblica siciliana», perché «questi casi si ripercuotono sulla qualità dei servizi ai cittadini, ma provocano anche danni economici laddove rallentano le pratiche per le imprese». E alla Regione? «Negli uffici centrali è molto difficile che ci possano essere casi come quello di Acireale, anche se i controlli saranno rafforzati». Il governatore annuncia «una verifica in tutti i dipartimenti, ma soprattutto negli enti controllati e partecipati, con particolare attenzione sulle sedi periferiche». In una delle prossime sedute di giunta, inoltre, «faremo il punto sul recepimento della riforma Madia, ma soprattutto su un piano organico da condividere con assessori e dirigenti regionali». Insomma: «Non vogliamo lasciare nulla al caso, ci sarà una stretta sui potenziali furbetti fra i dipendenti regionali».

 

twitter: @MarioBarresi 

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