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Catania, l’odissea di Salvatore vivo «per forza» per undici mesi

L’odissea di Salvatore vivo «per forza» per undici mesi

La denuncia alla magistratura di due genitori di Santa Maria di Licodia: «Tenuto invita per un eccesso di Sanità»

L’odissea di Salvatore vivo «per forza» per undici mesi

E’ morto da piccolo martire della sanità. Anzi della “buona” sanità. Aveva 11 mesi e quando venne alla luce, il 25 marzo del 2015; i genitori lo chiamarono come Nostro Signore, Salvatore. E lo battezzarono a Pasqua, giorno di Resurrezione. Ma non potevano immaginare che quell’innocente potesse patire un indicibile calvario culminato poi nella tragedia.

 

L’ultimo saluto al bambino verrà dato oggi alle 15,30 nella chiesa della Consolazione di Santa Maria di Licodia, paesino in cui risiedono i genitori. Il bimbo, frutto di un aborto spontaneo della madre alla 25ª settimana di gestazione (i cui sintomi secondo i familiari non furono riconosciuti dal ginecologo di fiducia), non ha mai avuto un istante di pace. Solo dolore fisico e sedazioni.

 

E dopo 11 mesi di trepidazioni non gli si erano formati neppure i polmoni, tant’è che il suo respiro è rimasto fino all’ultimo legato a una macchina. Nella sua breve esistenza un ripetersi continuo di interventi chirurgici e cure pesantissime, anche sperimentali, come il Sildenafil, comunemente chiamato Viagra, somministrato in questo caso nel tentativo che influisse sullo sviluppo dei suoi polmoni (cosa che non è avvenuta).

 

Non si contano le volte in cui questo bambino - perennemente tracheostomizzato - è rimasto in fin di vita, salvo poi strapparlo alla morte con terapie molto dure, che, di volta in volta, non hanno tardato a produrre i loro malefici effetti collaterali. Il primo intervento chirurgico gli fu praticato al cuore a soli 21 giorni dalla nascita; lo operò un’équipe che si spostò al Nuovo Garibaldi Catania dal San Vincenzo di Taormina (operazione costata alla nostra “buona sanità” circa 12mila euro) e poi via via sopraggiunsero una serie di infezioni e insufficienze riguardanti la funzionalità degli organi vitali.

 

Il piccolo oltretutto aveva perso la vista, mentre la sua situazione neurologica era rimasta incerta e non perfettamente valutabile per via del fatto che era ancora troppo piccolo. I genitori, Antonio Calvagna e Daniela Mazziotta, trentenni, al loro primo figlio, hanno vissuto sofferenze impagabili, tenuti però legati al filo della speranza, rafforzato nel momento in cui i medici della rianimazione pediatrica, definendo il bambino “stabilizzato”, lo scorso 2 febbraio decisero di dimetterlo esaudendo il desiderio dei genitori, i quali nel frattempo erano stati istruiti a dovere sull’uso dei macchinari e delle cannule da maneggiare per prestare le necessarie cure al figlioletto.

 

«E fu così che in un pomeriggio di sole il bambino arrivò finalmente a casa - raccontano Daniela e Antonio - la gioia e l’emozione di quel momento è stata indescrivibile: finalmente Salvatore era a casa sua. Ma purtroppo questa gioia è durata poco, troppo poco». Dopo sole 10 ore il bambino avvertì difficoltà respiratorie e tosse incessante. «Il 3 febbraio mattina - spiegano i genitori - la tosse era diventata veramente qualcosa di anomalo, tanto che contattammo telefonicamente la rianimazione pediatrica per chiedere come comportarci: la risposta della dottoressa di turno fu quella di continuare a monitorare la saturazione dell’ossigeno e la frequenza cardiaca. Alle 15,30, vedendo solo peggioramenti, chiamammo il 118 (che arrivò tempestivamente). Il medico rianimatore, constatando le disperate condizioni del piccolo, fece intervenire l’elisoccorso che lo portò al Cannizzaro dove i medici diagnosticarono broncopolmonite bilaterale con gravi crisi respiratorie. Da lì nuovamente in ambulanza verso la rianimazione pediatrica del Garibaldi Nesima, dove poi morì». «Ci siamo resi conto subito che le cose precipitavano - parlano ancora mamma e papà - e ci siamo detti che quello che stava accadendo era assurdo, dato che il nostro bambino era stato dimesso meno di 24 ore prima perché definito clinicamente stabilizzato da più di un mese. Dai controlli fatti urgentemente venne fuori una grave infezione chiamata klebsiella pneumoniae. Iniziarono nuovamente tutte le cure antibiotiche, a loro dire a scopo preventivo, mentre Salvatore peggiorava di giorno in giorno. Ora ci sentiamo vittime di una situazione ingiusta ed angosciante. Il nostro - concludono Daniela e Antonio - è un caso di buona sanità, anzi di un eccesso di buona sanità... Per comprendere bisognerebbe che qualcuno si passasse la mano sulla coscienza».

 

Daniela e Antonio ora esigono vederci chiaro; che siano i giudici, dunque, a capire se il comportamento dei medici è stato corretto o se si sia trattato di un inutile accanimento terapeutico che è stato in grado di causare solo atroci sofferenze fisiche e morali, oltretutto con gran dispendio di risorse a carico del Servizio sanitario nazionale.

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