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Padre agente ucciso riconoscein tribunale «Faccia da mostro»

Padre agente ucciso riconosce in tribunale «Faccia da mostro»

Drammatico confronto all’americana nel processo per l’omicidio del poliziotto Vincenzo Agostino. Un delitto maturato in una sorta di faida all’interno dei Servizi e dopo l’attentato dell’Addaura

Padre agente ucciso riconosce in tribunale «Faccia da mostro»

In aula, davanti al gip e ai pm, non ha avuto dubbi. «È lui: quello che mi guarda fisso». Una conferma a quanto va dicendo da tempo. Vincenzo Agostino, padre dell’agente di polizia Nino, assassinato insieme alla moglie Ida Castelluccio, il 5 agosto del 1989 a Villagrazia di Carini, si è trovato faccia a faccia con uno dei sospettati del duplice omicidio. Lo chiamano «faccia da mostro» per la profonda cicatrice che gli deturpa il viso. Il suo nome è Giovanni Aiello, calabrese, ex poliziotto con stretti legami coi Servizi, come la vittima che, secondo la ricostruzione della Procura, avrebbe lavorato per gli 007. Agostino, che aspetta la verità sulla morte del figlio da 27 anni, ha raccontato di avere visto un uomo simile ad Aiello un mese prima del delitto. Era su una moto insieme ad un altro che gli avrebbe chiesto di Nino. «Digli che siamo colleghi», avrebbe suggerito «faccia da mostro» all’amico quando il padre della vittima gli chiese chi fossero. Oggi il momento atteso da tempo. Aiello, nel frattempo iscritto nel registro degli indagati insieme ai boss Nino Madonia e Gaetano Scotto, è stato messo a confronto col padre dell’agente. Lo 007 era accanto a due persone a lui molto somiglianti, quelli che nel gergo si definiscono «distrattori», ma non ha esitato. Quanto questo influenzerà l’indagine è incerto. Agostino aveva in passato riconosciuto altri uomini indicandoli nel motociclista che aveva chiesto del figlio, ma le piste non hanno portato a nulla. Per Scotto e Madonia i pm hanno chiesto l’archiviazione mesi fa. È stato il gip, che ha respinto l’istanza, a ordinare nuove indagini, tra le quali il confronto. Di Aiello parlano anche il pentito Vito Lo Forte che ne ha descritto il ruolo sostenendo di avere saputo della sua partecipazione all’omicidio da un uomo d’onore della famiglia Galatolo. E Vito e Giovanna Galatolo, figli di Vincenzo, boss dell’Acquasanta, entrambi collaboratori di giustizia, che hanno negato di sapere del coinvolgimento del poliziotto nell’agguato, hanno detto però di averlo più volte visto a casa del padre, insieme all’ex numero due del Sisde Bruno Contrada, poi condannato per mafia. Il delitto Agostino, secondo quanto ipotizzato dai pm Roberto Tartaglia, Nino Di Matteo e Francesco Del Bene, sarebbe strettamente collegato al fallito attentato dell’Addaura a Giovanni Falcone. Agostino e un altro agente dei Servizi, Emanuele Piazza, anche lui assassinato, avrebbero visto Angelo Galatolo mettere sugli scogli l’esplosivo che avrebbe dovuto eliminare Falcone. Il mafioso, vendendoli, si sarebbe buttato in acqua. Ma sulla scena dell’agguato sarebbero stati presenti anche altri 007. Il timore degli uomini dei Servizi e di Galatolo di essere stati riconosciuti da Piazza e Agostino sarebbe stato il movente dell’omicidio. In quel periodo - tesi sostenuta da diversi collaboratori di giustizia - ci sarebbe stata una vera e propria “guerra” nei Servizi che avrebbe visto contrapporsi due “anime”. Agostino e Piazza ne sarebbero stati in qualche modo le vittime.

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