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«Presto la Tecnis potrà tornare a partecipare alle gare d’appalto»

«Presto la Tecnis potrà tornare a partecipare alle gare d’appalto»

«Su lavoro e sicurezza decisiva la collaborazione fra gli enti. La festa di Sant’Agata sta cambiando: è la dimostrazione che la fermezza paga» 

«Presto la Tecnis potrà tornare a partecipare alle gare d’appalto»

E’ sempre più ampio, variegato e complesso il ventaglio delle competenze che spettano al prefetto, il rappresentante del governo nel territorio. Lavoro, sicurezza, accoglienza migranti, lotta all’abusivismo, coordinamento delle forze dell’ordine nella gestione delle emergenze, ma anche la valutazione delle presunte infiltrazioni mafiose in seno al Consiglio comunale del capoluogo (una vicenda sulla quale, in seguito alla relazione del presidente dell’Antimafia regionale, Nello Musumeci, gli uffici si sono prontamente attivati per acquisire ulteriori elementi, come previsto dalla normativa di riferimento).

E in una fase congiunturale delicata come quella che stiamo vivendo la difficoltà dei compiti è direttamente proporzionale alle attese, sempre crescenti, della popolazione. La Prefettura è vista sempre più come l’ultima spiaggia, anzi l’ultimo scoglio a cui aggrapparsi prima di affondare. Ogni giorno decine di persone, lavoratori licenziati o licenziandi, imprenditori, commercianti e agricoltori sfiancati dalla crisi, bussano alla porta del prefetto per chiedere cosa ne sarà del loro futuro, per avere anche solo una parola di conforto. Una processione di uomini e donne ai quali è eticamente, oltre che istituzionalmente, doveroso dare udienza. Come se ci si rivolgesse a uno sportello di ascolto e assistenza.

«Ed è esattamente questo il fine ultimo della Prefettura - spiega Maria Guia Federico, palermitana di nascita e prefetto di Catania da due anni e mezzo - Mi piace pensare alla Prefettura come a un front office al quale rivolgersi in caso di bisogno per avere quelle risposte che ci si aspetta in termini di mediazione, di supporto e di collaborazione. Da mesi, ormai, quasi giornalmente, ci occupiamo di lavoratori in crisi e a tutti diamo la possibilità di raccontare il proprio dramma. Il dialogo con la cittadinanza è aperto ed è fondamentale per risolvere grandi e piccoli problemi. Ecco perché io ricevo volentieri tutti coloro che vogliono parlarmi, sebbene la mia capacità di risoluzione sia limitata. Ma non possiamo sottrarci alle richieste dei cittadini, dobbiamo prendere a cuore i problemi della realtà in cui operiamo. Non possiamo incidere nelle decisioni finali, ma ci impegniamo affinché queste abbiano uno sbocco positivo anche grazie alla nostra mediazione, che spesso può risultare decisiva. In questo senso hanno rivestito grande importanza i due tavoli per il lavoro riattivati alcuni mesi fa: uno per la ricollocazione dei dipendenti ex Cesame, l’altro con la finalità di promuovere iniziative, attraverso il monitoraggio di appalti di Asp, Ferrovie, Porto, per l’assunzione di maestranze locali».

 

Prima dell’esperienza attuale lei era prefetto a Prato, un’altra Italia. Ma i connotati della crisi possono cambiare da regione a regione?

«A Prato ho lasciato una disperazione diversa, ma sempre di disperazione si trattava. Lì il settore trainante è il tessile e l’arrivo in massa dei cinesi ha stravolto una manifattura che si reggeva da secoli sulle proprie gambe. Qui la crisi è molto forte perché è esplosa in un territorio molto vivace dal punto di vista imprenditoriale e che può contare solo sulla capacità di singoli».

 

Sono tante le vertenze aperte, ma il caso Tecnis, esploso all’improvviso con la forza dirompente di un terremoto, tiene banco.

«E’ un capitolo molto triste. Per giorni ho fatto fatica a prendere sonno prima di adottare l’interdittiva antimafia, che era obiettivamente sacrosanta a prescindere dal successivo sequestro da parte dell’autorità giudiziaria. Non potevamo non fare quel passo, ma nel contempo ci siamo spesi per affrontare tutte le emergenze (stipendi, cassa integrazione, continuità dei cantieri) che da quella interdittiva sono derivate. Viste le condizioni obiettivamente difficilissime, credo che abbiamo fatto un buon lavoro. Avere scelto come commissario una figura di assoluto prestigio professionale e umano, il prof. Ruperto, è la dimostrazione che su una vicenda così delicata occorreva fare in fretta e bene. E in questo sono stata supportata dal ministero e quindi dal governo. Fondamentale individuare un uomo non del territorio, per evitare le immancabili “gelosie” o le antipatiche e ingenerose catalogazioni (destra o sinistra, per intenderci) ».

 

Quindi anche lei è in grado di rassicurare le maestranze che, nonostante tutto, l’azienda andrà avanti.

 «Nostro compito è salvaguardare il tessuto economico di questa provincia e la Tecnis in questa provincia rappre senta la trama di quel tessuto. Stiamo lavorando per sospendere l’interdittiva antimafia, dando così modo all’azienda di partecipare alle gare, ma prima di farlo è giusto informare anche l’Autorità anticorruzione».

 

Parliamo di sicurezza e legalità in un territorio in cui la risposta alla criminalità mafiosa o anche alla delinquenza minorile spesso risulta insufficiente, nonostante l’impegno indiscutibile di magistratura e forze dell’ordine.

«Instaurare buone prassi finalizzate alla sicurezza: questo dev’essere il punto di partenza. E poi imparare a denunciare, non avere paura di farlo. Infine la collaborazione tra enti. Oggi più che mai da solo non ce la puoi fare. Per questo ho pensato di suddividere il territorio in otto comprensori, all’interno dei quali creare una cooperazione tra i Comuni che consenta, ad esempio, di giostrare secondo il bisogno i vigili urbani dei vari centri, alleggerendo il carico di lavoro di polizia e carabinieri. Lo abbiamo già fatto per quanto riguarda i rilievi degli incidenti stradali, ma l’esperimento potrebbe essere esteso anche all’ordine pubblico. Posso annunciare che la prossima settimana terremo una riunione del Comitato per l’ordine e la sicurezza ad Adrano: in quella sede istituiremo otto subcomitati, quanti sono i comprensori territoriali, per analizzare assieme ai sindaci le diverse esigenze contingenti. E in questo quadro va inserito anche il recente protocollo di legalità sulle agromafie».

 

L’episodio dell’aggressione alla dottoressa di Nicolosi ha suscitato molto scalpore.

«Capisco benissimo, e lo dico da prefetto e da mamma di una figlia medico. Ho chiesto all’Asp un elenco dettagliato delle Guardie mediche della provincia perché vengano dotate al più presto degli strumenti di videosorveglianza basilari per lavorare se non in totale sicurezza almeno con una certa serenità. Se quello è un servizio pubblico lo si deve poter fare con tutti i crismi. Non è possibile far rischiare la vita a chi rende un servizio al cittadino per conto dello Stato».

 

Dopo due anni e mezzo alla guida del Palazzo del governo si sarà fatta un’idea: non pensa che i catanesi siano i peggiori nemici di Catania?

«Ora dirò una cosa impopolare, ma è quello che penso. Non sono prevenuta, ma per me vale il detto secondo cui bisogna diffidare dei greci anche quando ti portano dei fiori. Ecco, io ho imparato a essere diffidente, ma la mia è una diffidenza necessaria. Da prefetto, non certo da palermitana: mai mi sognerei di fare stupidi campanilismi. Qui le cose non vanno, passatemi il termine, per “currìo”, cioè per partito preso. Non si accetta il confronto con chi propone un’idea potenzialmente migliore per il solo fatto che ad averla concepita sia stato un altro. Così facendo, però, si perde di vista il punto centrale, che è il benessere della città e della comunità».

 

Perché la festa di Sant’Agata, nonostante gli indubitabili sforzi, a tutti i livelli, continua a essere ingovernabile?

«Questo è un aspetto che mi sta molto a cuore e sul quale abbiamo lavorato tantissimo, tutti. E allora le dico che molte cose sono cambiate e cominciano a vedersi. Di rospi ne abbiamo fatti ingoiare tanti, parlo di regole che sembrava impossibile far digerire. Mi ricordo la mia prima festa di S. Agata: ero in Cattedrale e stavo per svenire, soffocata da tutta quella folla. Troppa confusione, troppo disordine, assoluta mancanza di regole. Ebbene, forse non è stato notato ma quest’anno non si poteva arrivare sin sotto l’altare e poi vi pare poco avere imposto i controlli fuori dalla cattedrale con il metal detector? Impensabile sino a qualche anno fa... Ma la fermezza paga, sempre».

 

Parliamo del Cara di Mineo. Un’altra patata bollente.

«Sicuramente, ma anche lì abbiamo fatto un’enorme operazione di pulizia, lavorando su due fronti: prima chiedendo la collaborazione dell’Autorità anticorruzione di Cantone e poi con gli amministratori giudiziari. E’ ovvio che la struttura ministeriale ci ha supportato, ma tutta la regia è opera nostra: io ritengo un grande risultato il fatto che oggi riusciamo a limitare al massimo a 1.500-1.600 unità gli ingressi al Centro, dai 5.200 del passato».

 

Al Cara è strettamente legata l’emergenza migranti...

«Anche qui la bontà del lavoro fatto si esprime con i numeri: siamo passati dai 44 sbarchi del 2014 ai 30 del 2015, per complessivi 20mila migranti. Nei primi mesi del 2016 siamo a quota tre sbarchi con 430 arrivi. Adesso il nostro compito è fare sbarcare i migranti, identificarli e dargli assistenza per poi distribuirli nei vari centri sparsi sul territorio nazionale».

 

Capitolo Etna, un patrimonio che non riusciamo a valorizzare appieno.

«Su questo punto chiarisco subito che non ho mai preteso o chiesto limitazioni in merito alla gestione degli accessi al Vulcano. Però, quando scatta una tipologia di rischio è ovvio che bisogna modificare il sistema di allerta. E’ necessaria, secondo me, un’attività congiunta dei Comuni, un regolamento condiviso da tutti e da tutti applicato. Non è possibile che sull’Etna non esista un cartello di segnalazione dei pericoli oggettivi della montagna. Se penso all’organizzazione del Trentino... »

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