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Palermo, azzerati due clan mafiosi

Palermo, azzerati due clan mafiosi «Divieto di imparentarsi con gli sbirri»

A capo delle famiglie c'erano due anziani boss, 62 in manette VIDEO

Palermo, azzerati due clan mafiosi «Divieto di imparentarsi con gli sbirri»

I carabinieri, grazie all'operazione antimafia che ha portato all'arresto di 62 persone a Palermo ed in provincia, hanno ricostruito l'organigramma della famiglia di Villagrazia. 

Infatti, l'indagine condotta dal Ros, denominata "Brasca" come l'area rurale posta alle pendici del monte Grifone, ha interessato inizialmente la famiglia di Villagrazia per poi estendersi anche a quella di Santa Maria di Gesù, registrando inoltre rilevanti interlocuzioni con esponenti apicali dei mandamenti di Corleone, Pagliarelli, San Giuseppe Jato nonchè delle famiglie di Altofonte, Monreale, Piana degli Albanesi e Belmonte Mezzagno.

L'attività investigativa, avviata sin dal novembre 2012 a seguito dell'indagine denominata "Nuovo Mandamento" che aveva fotografato la ricostruzione territoriale di Cosa Nostra nell'area occidentale della provincia di Palermo, ha documentato il ruolo di Mario Marchese, detto Mariano, quale vertice del mandamento di Villagrazia - Santa Maria di Gesù e della famiglia di Villagrazia.

Questi, storico uomo d'onore e da sempre legatissimo al boss Benedetto Capizzi, si sarebbe avvalso prevalentemente di Antonino Pipitone, anche lui affiliato dalla lunga militanza, e Vincenzo Adelfio, incensurato ma esponente dell'omonimo e noto gruppo familiare, cui sarebbero stato rispettivamente demandati il coordinamento operativo della famiglia di Villagrazia, con le connesse problematiche interne al mandamento, ed il controllo del territorio.

È stato inoltre ricostruito l'organigramma della famiglia di Villagrazia con l'individuazione degli appartenenti, taluni dei quali mai emersi in attività investigative pur essendo affiliati da lungo tempo, o degli avvicinati: Antonio Adelfio, Filippo Adelfio, il detenuto Benedetto Capizzi (già condannato per associazione mafiosa), Antonino Capizzi (già condannato per associazione mafiosa), Pietro Capizzi, Salvatore Maria Capizzi, Salvatore Di Blasi, Pietro Di Blasi, Fabrizio Gambino, Giovanni Messina, Gregorio Ribaudo e Giovanni Tusa.

Le acquisizioni investigative hanno consentito ai carabinieri di avere cognizione del ferreo ed ortodosso rispetto delle regole di Cosa Nostra da parte degli esponenti della famiglia di Villagrazia, secondo il paradigma evidenziato dai primi collaboratori di giustizia (in particolare Tommaso Buscetta e Totuccio Contorno) ed enucleato negli atti dello storico maxi processo.

In particolare, è stata accertata la rigida osservanza del divieto di rivelare l'appartenenza all'organizzazione o di affrontare argomenti ad essa inerenti con soggetti che, pur in rappresentanza di altri mandamenti, non erano stati introdotti secondo modalità e canali appropriati; la mancanza di riservatezza nella gestione delle informazioni e comunicazioni da parte di membri di altri mandamenti è stata fortemente stigmatizzata da alcuni degli indagati per le possibili conseguenze giudiziarie (Vossia è lo zio Mariano?... si... con chi ho il piacere di parlare... ci manda … lo zio Gregorio... abbiamo il mandamento nelle mani noi altri.... fermati là... non lo voglio sapere); l'attuale vigenza della presentazione rituale sia sotto il profilo della necessaria presenza di un terzo che possa garantire la qualità di uomo d'onore degli intervenuti, sia del mai abrogato uso della formula "questo è la stessa cosa" per introdurre un altro affiliato; lo scopo è di evitare che nei contatti fra soggetti combinati si possano inserire estranei, apprendendo notizie la cui conoscenza è riservata ai soli uomini d'onore (… mi ha detto che era "la stissa cuosa"); il dovere di sostegno imprescindibile sia nei confronti dei reclusi della propria famiglia e, talvolta per motivi di opportunità e legami peculiari, anche verso i membri di altre articolazioni mafiose; il supporto economico è ovviamente assicurato mediante il ricorso ad attività illegali e si intensifica soprattutto in occasione delle festività ovvero a seguito di particolari condizioni (esempio una infermità come nel caso di Benedetto Capizzi, già capo commissione in pectore ai tempi del tentativo di ricostituzione dell'organismo collegiale di vertice nel 2008) (... e perchè c'è qualche carceratieddu ed è giusto che uno ci deve pensare...).

Inoltre, l'assoluto divieto di ricorso alla giustizia statuale, sostituita da una sorta di autotutela mafiosa da attuare attraverso l'interessamento degli altri referenti mafiosi; il rispetto dell'obbligo di protezione dei ricercati, documentato nelle prime fasi successive all'omicidio di Giovanni Battista Tusa, già indicato come uomo d'onore, ucciso il 19 marzo 2013 dal cognato Vincenzo Gambino, poi invitato a consegnarsi per evitare la presenza di organismi investigativi sul territorio di riferimento.

Ma anche il permanere dei requisiti “morali” richiesti ai candidati all'ingresso in Cosa Nostra, già sintetizzato nell'"assoluta mancanza di vincoli di parentela con "sbirri""; in tal senso è stata stigmatizzata la scelta del capo del mandamento di San Giuseppe Jato di aver appoggiato in posizione di rilievo della famiglia di Altofonte la nomina di un esponente che, benché cognato dell'ex latitante Domenico Raccuglia, è sottufficiale dell'Esercito; il medesimo netto rifiuto era manifestato anche nei confronti di soggetti legati con congiunti di magistrati (... là nel portone gli abbiamo fatto la croce! ha fatto a sua figlia fidanzata con... un magistrato ma prima ci si teneva a tutte queste cose... minchia ora si sposano con gli sbirri!... Con i carabinieri...).

Altra dote indispensabile per i futuri affiliati è la totale dedizione all'organizzazione che prevale sempre anche sulle esigenze della famiglia di sangue (lasciavo la qualsiasi cosa... tutto...pure a mia moglie al momento che partoriva lasciavo io!).

Un aspetto sconosciuto attestato dalle attività è rappresentato invece dalla consuetudine che le spese funebri in occasione della morte degli affiliati siano sostenute dall'organizzazione (Zu Vicè mi dica una cosa...so ... che quando muore uno un amico nostro... che... è cosi... gli fate il ...il funerale); se tale pratica poteva essere intuita, soprattutto per gli esponenti di maggior prestigio, in realtà mai prima d'ora se ne era ottenuta conferma.

Altro dato significativo nell'ottica dell'approfondimento della conoscenza del fenomeno mafioso è l'aver individuato l'esatta demarcazione territoriale della famiglia di Villagrazia che consente, da un lato, di comprendere appieno le diatribe sulla competenza dei sodalizi contermini nelle attività estorsive e, dall'altra, di precisare di conseguenza i confini delle altre articolazioni mafiose.

In particolare, oltre all'omonima borgata palermitana, il territorio della menzionata articolazione mafiosa comprende anche la frazione Villaciambra, inserita nel comune di Monreale, e alcune aree ricadenti nel comune di Altofonte. 

Tra i 62 arrestati c'è anche il direttore di Sala del teatro Massimo di Palermo Alfredo Giordano, accusato di associazione mafiosa, che in giornata è stato sospeso dal Sovrintendente del Teatro Francesco Giambrone in accordo con il sindaco e presidente della Fondazione Leoluca Orlando. La figlia di Giordano, Laura, è soprano del Teatro Massimo.

 

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