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A San Michele di Ganzaria: «Nessun inchino

A San Michele di Ganzaria: «Ma quale inchino è stata invece una rivolta di popolo»

A San Michele di Ganzaria: «Ma quale inchino è stata invece una rivolta di popolo»

SAN MICHELE DI GANZARIA. Sorpresa. La prima di una lunga serie. Perché ti aspetti di non trovare nessuno - qui a San Michele di Ganzaria, nel primo pomeriggio di Pasquetta - per le strade. E invece no. Pasta con i finocchietti rizzi, salsiccia e capretto, “banana” ripiena di crema, caffè e ammazzacaffè. Già fatto. Ora sono tutti in giro. Come se ci stessero aspettando. Non solo disposti, di più: vogliosi.

Vogliosissimi di parlare - e questa è già la seconda sorpresa - di «quel fatto lì». Che è la processione del Cristo Morto di venerdì scorso, ancora grondante in tutti i tiggì nazionali: percorso del fercolo deviato per omaggiare la famiglia del boss, per i carabinieri. ‘U zu’ Cicciu, lo chiamano qui. Al secolo: Francesco La Rocca, luogotenente dei Santapaola nel Calatino, ergastolano ad Asti in regime di 41- bis, per reati di mafia.

Disse di lui il pentito catanese Antonino Calderone: «Provava piacere a uccidere». Ma questa è (prei) storia giudiziaria. Da piazza Vittorio Emanuele - punto della “virata” del fercolo - alla casa della famiglia La Rocca, in cima al Carmine, ci saranno 500 passi, tutti in salita ripidissima. E questa è geografia religiosa. Appena il cronista tira fuori il taccuino, in piazza Garibaldi si materializza una folla di sammichelesi.

Uno, dieci, cento indignados. Eccoli, in ordine sparso di apparizione. Le lamentele cominciano da uno dei leader del comitato del “Lamentatori”. Quelli che intonano le nenie al Cristo Morto. Roberto Puglisi: «Una persecuzione, noi siamo perseguitati come i cristiani di duemila anni fa». Accanto a lui annuisce Giovanni Masaracchio, discendente della storica famiglia dei “Lamentatori”. E si lamenta pure lui: «La verità è che al Carmine si sale da 500 anni e anche quest’anno l’hanno fatto per ribellarsi a chi non voleva rispettare la tradizione».

Perché, si legge nell’avviso affisso ancora sui muri, si voleva un «percorso più partecipato», anche per i «problemi di viabilità» e soprattutto per la «difficoltà a reperire i portatori per i tre Santi», i quali «vengono portati da adolescenti con poco decoro tra schiamazzi e liti».

Ma qui l’hanno presa male. Arriva il giovanissimo Rocco Scibetta, uno dei portatori “incriminati”. Il quale, telefonino e mappa del paese alla mano, prova a spiegare il busillis. «È stata una protesta di popolo, contro uno scempio alla tradizione secolare. Il comitato e il prete, senza discutere con nessuno, hanno deciso di tagliare il percorso. Volevano una processione blindata, come se ci fossero i terroristi dell’Isis... ».

Nessuna devozione al boss? «No! Perché gli applausi sono stati ripetuti altrove, a ogni cambio rispetto al percorso che il popolo non voleva. In quattro altri punti diversi». E ce li mostra, uno per uno. Un particolare interessante lo rivela Martina Milazzo, studentessa: «Erano d’accordo, è stata una rivolta popolare prevista. Da quel momento è cominciata la festa vera».

Nessun trattamento speciale a La Rocca? «No, c’era il mio ragazzo lì sotto il fercolo. E io ero accanto a lui». In una di queste deviazioni, racconta Rosario Di Martino, «io e mia moglie abbiamo fatto passare il santo da casa perché c’è mia suocera disabile. E non è una della mafia... ».

Anche Gaetano Muscia, commosso, ricorda che nella salita al Calvario è uscita sua figlia, «appena operata da un male terribile», che «era in strada, in lacrime, coi punti ancora messi». Ma non c’è stato davvero niente di “anomalo” davanti a casa del mafioso? «I lamentatori sono tutti di quel quartiere e non stavano partecipando alla processione per protesta. E quando il Cristo - rivela Muscia - è salito lì, sono usciti tutti».

Aggiunge Maria Concetta Spampinato: «Uomini e donne, siamo andati tutti appresso. Il resto è fango». Jessica Monisteri Busà: «Solo l’emozione per la rivolta dei portatori. Noi abbiamo battuto le mani, l’applauso era di chi, come tutti noi, porta le nostre croci ogni giorno. Anche i La Rocca portano le loro croci, perché dobbiamo metterci in mezzo una famiglia che non c’entra niente».

Già, i La Rocca. Tutti li assolvono, nessuno ammette che la famiglia del capocosca in carcere abbia un ruolo negativo in paese. «Sono vicino ai portatori e alla famiglia La Rocca per l’accaduto, pure loro sono stati infangati da queste bugie», dice il consigliere comunale Mario Scarlata, schierandosi contro il sindaco Gianluca Petta, perché «ha fatto la scelta sbagliata».

Il primo cittadino «poteva prendere in mano la situazione, io gliel’ho pure chiesto e lui non l’ha fatto», aggiunge un altro consigliere «indignato e sdegnato», Fiorentino Di Dio. I La Rocca «meritano delle scuse», dicono in piazza. Anzi, aggiunge la signora Spampinato, «loro sono stati sempre molto disponibili anche nelle altre processioni, perché preparano l’altare, escono le sedie e chiedono se c’è bisogno di qualcosa».

Il capogruppo dell’opposizione, Danilo Parasole, chiosa: «L’influenza di La Rocca è una leggenda metropolitana. Chi siamo noi per giudicare i familiari? Due delle sue figlie sono a scuola ed educano gli studenti sammichelesi ai valori civili e cristiani». Anche per la giovane Martina Milazzo «il boss non ha alcun peso» e anzi «con quello che è successo hanno rovinato la festa ai suoi nipoti».

E addirittura: «Una sua figlia, in processione, ha avuto un comportamento molto dignitoso». In piazza, alla ghigliottina virtuale: il prete, don Nino Maugeri, il comitato dei festeggiamenti. E il sindaco, Gianluca Petta. Il primo, in sagrestia, non vuole parlare: «Capisce bene quello che sto passando. Ho detto tutto ai miei superiori, parlerà la Diocesi. Io non dico niente».

L’ultimo parla. E pur ridimensionando il suo gesto («la fascia l’ho tolta per dissociarmi dal mancato rispetto delle regole, non per l’inchino»), ammette: «Se davvero c’è stato qualche segno di rispetto al boss è una cosa che va perseguita e condannata. Ma se fosse così sono certo che sarebbe una sparuta minoranza».

Il resto è chiacchiericcio spinto. Pettegolezzi pruriginosi e irriferibili, teorie complottiste: «Volevano che succedesse qualcosa, è stata una trappola». Se la prendono col chierichetto («Mentre salivano al Carmine ci ha detto: “Siete delle capre! ”) e contro l’establishment ecclesiastico. «Il parroco se ne deve andare, non lo vuole più nessuno», urla il giovane Manuele Bongiovì, raccontando di aver abbandonato la parrocchia dopo «che ho raccolto le offerte per quattro anni».

E anche sulle offerte c’è da ridire: «Si vanno a fare le mangiate e le bevute al ristorante, il parrino e il comitato», sbotta Beniamino Bongiovì.

Nessuno - abbiamo cercato fino alle 18 - ha un’opinione diversa. Né il minimo dubbio che venerdì scorso sia successo qualcosa di male, a San Michele. E chi non la pensa così è perché non c’era: «Io vado a letto alle sei: niente ho visto», taglia corto un vecchietto davanti al bar.

Twitter: @MarioBarresi

Qui sotto il video girato da uno dei portatori del Cristo Morto

 

 

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