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Acireale, rettore camilliano fugge

Acireale, rettore camilliano fugge con l'amata e con i soldi della cassa

E il legale dei religiosi presenta una denuncia alla Procura

Acireale, rettore camilliano fugge con l'amata e con i soldi della cassa

ACIREALE. La fuga d’amore del camilliano rettore della “Casa Sollievo di San Camillo” di Acireale con una volontaria del centro, appartenente ad una delle famiglie più in vista della città, era sulla bocca di tutti da mesi. Mancava la conferma ufficiale, certificata dalla presentazione della denuncia per “appropriazione indebita” che il legale dei religiosi ha depositato alla Procura della Repubblica di Catania.

La “fuitina”, tra persone adulte e consenzienti, al di là dell’abito talare e di qualche ironica battutina tra i parrocchiani, non avrebbe scomodato gli avvocati. Ma prosciugare i conti correnti dell’ente di beneficenza e con essi i contanti dalla cassa per un ammontare - si legge sulla denuncia - di 27.900 euro che, a quanto pare, l’ex chierico avrebbe deciso di trasferire sul proprio conto corrente, come una sorta di buona uscita per i servigi da lui resi alla comunità, ha messo a dura prova la proverbiale pazienza dei fratelli camilliani che a malincuore si sono visti costretti a sporgere denuncia, rendere pubblico l’ammanco e a richiederne la restituzione.

Il 44enne, originario del Palermitano, in fuga d’amore con i contanti, dal giorno in cui ha indossato il tradizionale abito dei “ministri degli infermi” si è guadagnato la fiducia dei suoi superiori che gli hanno affidato la completa gestione economa della provincia siculo - napoletana dell’Ordine, nominandolo anche direttore della “Casa Sollievo” di Acireale, nonché capo amministratore dell’Istituto Giovanni XXIII di Riposto. Incarichi di grande responsabilità che comportavano la completa gestione delle donazioni in denaro, necessarie a fronteggiare le esigente quotidiane dei tanti bisognosi del territorio che ogni giorno bussano alla porta dell’Ordine religioso fondato da Camillo De Lellis. La decisione di abbandonare l’abito camilliano e di impossessarsi del denaro ha colto di sorpresa anche il vescovo della diocesi, Antonino Raspanti, che si è detto «rammaricato e profondamente dispiaciuto».

 

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