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Da simbolo dell'antimafia a indagato la parabola del giornalista Pino Maniaci

Da simbolo dell'antimafia a indagato, la parabola di Pino Maniaci

Da simbolo dell'antimafia a indagato, la parabola di Pino Maniaci

Piglio aggressivo, fare spavaldo, atteggiamento di chi non fa sconti a nessuno: Giuseppe Maniaci, Pino per amici e colleghi, è sempre stato un personaggio controverso. Classe '53, un passato da imprenditore edile, nel 1999 rileva l'emittente Telejato, piccola tv locale con sede a Partinico, in provincia di Palermo. E diventa protagonista di campagne di denuncia che gli portano decine di querele: nel 2004, duecento in sei mesi solo da Antonina Bertolino, titolare di quella che per anni è stata la più grande distilleria d'Europa, accusata da Maniaci di inquinare l'ambiente. Poi arriva il tempo delle battaglie antimafia che gli danno visibilità e fama. Fino all'ultimo capitolo che lo vede, in un clamoroso ribaltamento di ruoli, indagato per estorsione a due sindaci, ennesimo capitombolo di un'antimafia che mostra molte opacità e ombre.

"Se non si fa come dico io, li mando a casa", dice, non sapendo di essere intercettato, aspettando che uno dei sindaci taglieggiati ceda alle sue pressioni. "Sono una potenza", si pavoneggia. Alle trasmissioni di Telejato contro le cosche seguono le denunce di intimidazioni: la prima nel 2008, quando, tra le perplessità di qualche inquirente, Maniaci racconta di essere stato aggredito dal figlio, allora minorenne, del boss di Partinico Vito Vitale. Solidarietà di colleghi e politici non si fanno attendere.

E per manifestargli vicinanza Lorenzo Del Boca, allora presidente nazionale dell'ordine dei giornalisti, Franco Siddi, segretario della Fnsi, e il presidente dell'Unci, Guido Columba, mettono su una sorta di maratona televisiva alternandosi alla conduzione del tg di Telejato. Dopo gli attentati e le aggressioni arrivano i premi, le scorte civiche e le visite istituzionali. Anni di riconoscimenti e notorietà, anche internazionale, e sistematiche levate di scudi in nome della libertà di stampa in pericolo che seguono ogni lettera intimidatoria denunciata dall'ex imprenditore edile assurto a simbolo dell'antimafia. Nel 2008, il direttore di Telejato finisce in tribunale, non da vittima, ma da imputato.

L'accusa, da cui poi sarà assolto, è esercizio abusivo della professione giornalistica. Lui, però, ostenta serenità e grida al complotto, sostenendo che la vicenda sarebbe nata dalla denuncia anonima fatta da un collega invidioso. Ma a dispetto dei riconoscimenti dell'Unci e delle solidarietà bipartisan nel segno di "Siamo tutti Maniaci", di certo c'è che il conduttore tv all'Ordine dei giornalisti nel 2008 non è ancora iscritto.

"Sono io che non l'ho mai chiesto: non ho avuto tempo", risponde, smentendo che a impedirgli di fare domanda sia stata la lunga sfilza di precedenti penali elencati nel suo casellario giudiziale. Sentenze di condanna per furto, truffa, ricettazione, accuse di bigamia e perfino esercizio abusivo della professione sanitaria.

Nel 2009 Maniaci trova il tempo e chiede l'iscrizione all'albo dei pubblicisti. A consegnargli il tesserino è il presidente dell'Ordine nazionale in persona, Enzo Iacopino. Sull'onda della fama ormai raggiunta, le campagne tv proseguono e non cessano le denunce di intimidazioni: lettere di minacce, l'uccisione dei cani (l'inchiesta della Procura ne svelerà la vera causa, legata a vicende del tutto personali) e nel 2012 l'incendio dei ripetitori dell'emittente tv. Continuano le solidarietà: anche il premier Renzi lo chiamerà.

"Mi ha telefonato quello stronzo", commenta fuori microfono il giornalista. "Ci giochiamo la mafia, mi devono dare la scorta", dice, sempre intercettato, a proposito dell'assassinio dei cani sapendo bene chi è l'autore del gesto. Nel 2014 l'organizzazione no-profit Reporters Sans Frontières in occasione del World Press Freedom Day, la giornata internazionale della libertà di stampa, lo inserisce nella lista dei 100 cronisti coraggiosi.

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