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Palermo, immigrati si ribellano al pizzo: Polizia ferma 10 persone

Palermo, immigrati si ribellano al pizzo: Polizia ferma 10 persone

Le indagini hanno preso il via dopo il tentato omicidio di Susso. La vicenda ha provocato la ribellione della comunità di immigrati che vivono nel centro storico, molti dei quali hanno denunciato le vessazioni subite dagli uomini del racket. Contestata anche la discriminazione razziale VIDEO

Palermo, immigrati si ribellano al pizzo: Polizia ferma 10 persone

La Polizia di Palermo, con l’operazione “Maqueda” ha eseguito 10 fermi disposti dalla DDA di Palermo nei confronti di altrettanti soggetti accusati di far parte, a vario titolo, di un gruppo che teneva sotto controllo una parte del quartiere Ballarò e responsabile di decine di reati aggravati dal metodo mafioso e dalla discriminazione razziale. Tutti sono ritenuti vicini alle famiglie mafiose di “Palermo Centro”.

In manette sono finiti: Alessandro Cutrona, Vincenzo Centineo, Giuseppe Rubino, Giacomo Rubino, Emanuele Campo, Giovanni Castronovo, Alfredo Caruso, Carlo Fortuna, Bruno Siragusa.

Le indagini della Squadra Mobile palermitana hanno permesso di sgominare un gruppo armato che per lungo tempo ha terrorizzato i commercianti stranieri. I reati contestati sono tentato omicidio, estorsione, incendio, rapina, violenza privata e lesioni personali, tutti perpetrati ai danni di commercianti extracomunitari, prevalentemente del Bangladesh, etnia nota per il l’indole pacifica.

L’attività svolta degli investigatori della “Sezione Omicidi” della Squadra Mobile di Palermo ha così svelato uno spaccato della realtà criminale del centro cittadino molto cruento, fatto di violenza e paura. Le attività illecite del gruppo criminale andavano avanti da almeno quattro anni, ma i cittadini stranieri non avevano mai trovato il coraggio di raccontare i soprusi patiti.

Gli stessi subivano continuamente rapine e violenze private. Una delle regole principali imposte dal sodalizio era “se vuoi aprire il negozio, senza avere problemi, devi pagare”. Una volta avviata l’attività, i commercianti erano obbligati a versare l’obolo con una cadenza settimanale.

Il gruppo criminale controllava pienamente la zona e fondava il proprio potere sul timore che procurava all’intera comunità di stranieri. Chi non rispettava i malviventi rischiava pesanti ritorsioni, che andavano dalle minacce aggravate, anche dalla disponibilità di numerose armi, a veri e propri pestaggi.

Le indagini della Squadra Mobile hanno avuto un decisivo impulso dopo il fermo di Emanuele Rubino per il tentato omicidio di Yusupha Susso.

Una circostanza che ha provocato una reazione a catena tra i commercianti. Gli stessi dopo i primi tentennamenti dovuti alla paura e al terrore, hanno rotto il muro di omertà che andava avanti da anni ed hanno deciso, coraggiosamente, di raccontare alla Polizia la loro “odissea”.

In poco tempo si sono susseguite numerose denunce che hanno messo in luce decine di reati subiti dai cittadini stranieri. Di fatto, i cittadini stranieri del quartiere erano impossibilitati a svolgere liberamente la loro professione ma, anche, a vivere serenamente la loro vita privata, in quanto le minacce erano rivolte, spesso, anche ai loro familiari.

Le vittime di innumerevoli soprusi e umiliazioni hanno raccontato decine di episodi di violenza e di reati subiti. Il gruppo criminale, con tale modus operandi, esercitava un predominio incontrastato nella zona, avendo generato un clima di terrore.

Dai racconti, infatti, delle vittime emerge chiaramente la paura che le portava, addirittura, per evitare di incontrare i criminali appartenenti a questo gruppo o semplicemente per evitare di incrociare i loro sguardi, a mutare radicalmente le proprie abitudini di vita. 

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