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Palermo, boss muore centenario Questore vieta funerali pubblici

Palermo, boss muore centenario Questore vieta funerali pubblici

Per Procopio Di Maggio quando festeggiò i cento anni ci furono pure dei fuochi d'artificio. Scampò a due agguati e fu imputato e condannat nel maxiprocesso istruito da Falcone e Borsellino ma prosciolto dall'accusa di avere ordinato una ventina di omicidi

Palermo, boss muore centenario Questore vieta funerali pubblici

C'era la mano o almeno l'idea di una regia cinematografica dietro l'omaggio all'ultimo padrino di Cosa nostra. Era il giorno dell'Epifania e per festeggiare degnamente i suoi cento anni gli amici di don Procopio Di Maggio non prepararono solo una torta tradizionale.

Pensarono anche al brindisi festoso e a uno spettacolo di fuochi d'artificio. Don Procopio era pur sempre un simbolo da rispettare, dopo una vita spesa tra agguati e lotte di potere. Cinque mesi dopo avere spento la candelina del secolo il boss è morto nel letto di casa a Cinisi, il paese di don Tano Badalamenti ma anche di Peppino Impastato. Altre due figure simboliche che, nelle aule di giustizia come nelle sceneggiature cinematografiche, hanno impersonato la mafia vecchio stampo e l'antimafia ribelle. Don Procopio Di Maggio, per il quale sono stati subito vietati i funerali pubblici, era stato prima un avversario, poi un comprimario di Badalamenti.

Lo avrebbe perfino rimpiazzato ai piani alti della cupola nella fase più cruenta della guerra di mafia, quella che all'inizio degli anni Ottanta scatenarono i corleonesi di Totò Riina contro l'ala tradizionalista di Badalamenti e Stefano Bontade. Cinisi divenne un teatro infuocato dello scontro con numerosi morti da una parte e dall'altra. Anche don Procopio Di Maggio ricevette due terrificanti messaggi. Nel 1981 una Giulietta arrivò sgommando e sparando nel piazzale del distributore di benzina gestito dal boss. Benché ferito con il figlio Giuseppe, don Procopio reagì fulmineamente. Rispose al fuoco con la sua pistola, mise in fuga gli assalitori, riuscì a salvare la vita. Due anni dopo, nell'ottobre 1983, i sicari tornarono a cercarlo. Stavolta entrarono in azione nella piazza del paese dove il padrino passeggiava salutando gli amici. Gli spararono da una Renault 5.

E anche stavolta don Procopio riuscì a scampare all'agguato, facendosi scudo di alcuni passanti. Al posto del boss furono colpite tre persone. Due rimasero ferite, ma la terza non sopravvisse. Era Salvatore Zangara, titolare di un laboratorio di analisi e segretario della sezione del Psi che per caso stava attraversando la piazza nel momento del raid.

I due agguati accesero i riflettori sul ruolo di don Procopio, finito tra gli imputati del maxiprocesso ma poi prosciolto dall'accusa di traffico di droga. Ma indussero il boss a tagliare soprattutto la corda e a restare latitante fino al 1986. Nel frattempo uno dei figli era morto in uno strano incidente stradale. E l'altro, Gaspare, sarebbe stato condannato all'ergastolo per l'uccisione di un macellaio che pagò con la vita la somiglianza con il boss Bartolomeo Spatola, eliminato un mese dopo con il metodo della lupara bianca. Don Procopio non era più in prima fila, ma dietro le quinte avrebbe mantenuto una sua lucida capacità di tessere rapporti testimoniata dalla festa dei suoi cento anni per la quale venne sfidato anche il divieto del sindaco, Giangiacomo Palazzolo, per i fuochi d'artificio. Il caso suscitò tante reazioni ma soprattutto diede la conferma che un vero padrino non va mai in pensione. Fino alla morte.
 

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