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Palermo, per il gip non c'è errore Eritreo estradato resta in cella

Palermo, per il gip non c'è errore Eritreo estradato resta in cella

I dubbi sembrano evaporare di ora in ora, mano a mano che si sviluppano le indagini. E che l'eritreo accusato di essere tra i capi della tratta dei migranti dall'Africa all'aItalia estradato l'otto giugno scorso dal Sudan sia vittima di un errore di persona pare ormai molto improbabile VIDEO

Palermo, per il gip non c'è errore Eritreo estradato resta in cella

I dubbi sembrano evaporare di ora in ora, mano a mano che si sviluppano le indagini. E che l'eritreo accusato di essere tra i capi della tratta dei migranti dall’Africa all’Italia, estradato l’otto giugno, sia vittima di un errore di persona pare ormai molto improbabile.

Tanto che il gip di Palermo, al quale il legale dell’uomo si era rivolto per chiederne la scarcerazione, ha respinto l’istanza dando ragione alla Procura che ne aveva chiesto e ottenuto l'arresto. 

A sostegno della tesi difensiva, argomenta il giudice Alessia Geraci, di fatto ci sono solo le dichiarazioni del detenuto. Che al momento dell’arresto ha dato generalità diverse da quelle attribuite dagli investigatori al trafficante che gli italiani cercavano da due anni. A negare poi che l’uomo finito in manette a Khartoum il 24 maggio e volato in Italia la scorsa settimana sia quello giusto anche qualche familiare e amico. Troppo poco per il magistrato che, citando ampi stralci del parere negativo alla scarcerazione dato dai pm palermitani, ribadisce l'esistenza di «plurimi elementi indiziari» contro l’eritreo. Che pertanto resta in carcere. 
 Alle prove iniziali, intercettazioni telefoniche e testimonianze di un pentito, raccolte dalla Procura di Palermo e passate alla Nca inglese che grazie all’utenza fornita dagli inquirenti italiani ha localizzato l’uomo in Sudan, altre se ne sono aggiunte grazie all’analisi del cellulare trovato nella villa in cui l’eritreo è stato arrestato. Cellulare di cui il detenuto ha tranquillamente ammesso l’uso.

L’uomo, che dice di chiamarsi Mered Tesfamariam e non Mered Yehdego Medhane, nome attribuito agli inquirenti al trafficante, ha almeno cinque alias. Uno per Facebook, uno per Whatsapp, uno per l’email, uno per Viber uno per Messanger.

Il suo cellulare, inoltre, risulta avere avuto contatti con personaggi legati al traffico di esseri umani residenti in Libia. E ancora addosso gli è stato trovato un biglietto con un numero che gli inquirenti palermitani conoscevano: nel 2014 il trafficante ricercato aveva parlato 78 volte con quell'utenza. In quattro conversazioni si parlava di viaggi di migranti, di migliaia di uomini da imbarcare e di modalità di pagamento della traversata. 
Dall’utenza sequestrata durante l’arresto, poi, sono partite due telefonate in cui si parla di traversata del deserto e si chiede all’eritreo di contattare Ermias Ghermay, l’etiope a capo della stessa organizzazione latitante da anni. Infine nel profilo Facebook dell’arrestato risultano contatti con soggetti in collegamento col trafficante ricercato. In particolare con una eritrea che vive in Svezia e che l’arrestato aveva detto di non conoscere. Elementi più che sufficienti per il gip. 

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