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Cara di Mineo, dopo la truffa su cifre

Cara di Mineo, dopo la truffa su cifre "gonfiate" ora si aspetta l'ultima scossa

Che fine ha fatto l'inchiesta sulle gare d'appalto per la gestione?
Esborsi erogati indebitamente percepiti: sei avvisi di garanzia

Cara di Mineo, dopo la truffa su cifre "gonfiate" ora si aspetta l'ultima scossa

Catania - E adesso gli occhi - quelli dei pochissimi che possono permetterselo - sono tutti puntati sul procedimento penale 243/15. Sì, perché il Cara di Mineo negli ultimi mesi s’è dimostrato una polveriera giudiziarie (dalla parentopoli dei posti con retrogusto di voto di scambio, agli appalti allegri alle coop amiche, passando per gli abusi dei sindaci, fino all’ultimo scandalo delle truffe sulle presenze gonfiate), facendo passare quasi in secondo piano la madre di tutte le indagini. L’unica col “bollino” di Mafia Capitale, nella quale non a caso hanno lavorato e lavorano a strettissimo contatto i magistrati di Roma e Catania.


Il procedimento penale 243/15, appunto. Quello svelato dal nostro giornale il 12 marzo del 2015, con smentite dei diretti interessati e il significativo no comment della Procura etnea. Che, continuando a lavorare sottotraccia, confermò - nei fatti - la sussistenza dell’inchiesta con la notifica, il 4 giugno dello stesso anno, dei primi decreti di perquisizione informatica agli indagati, a vario titolo, per turbativa d’asta e turbata libertà del procedimento di scelta del contraente.
Nel procedimento penale 243/15 risultano indagati il sottosegretario Giuseppe Castiglione, da ex presidente della Provincia di Catania e soggetto attuatore del Cara, oltre che Luca Odevaine (uomo-ombra del Cara di Mineo, già in carcere per “Mafia Capitale” e molto collaborativo con i pm romani), i sindaci di Mineo e di Vizzini, Anna Aloisi e Marco Sinatra, nei loro ruoli del consorzio dei Comuni “Calatino Terra d’accoglienza”, il direttore generale del Consorzio, Giovanni Ferrera, e l’ex presidente del consorzio di cooperative Sol.Calatino, Paolo Ragusa. Le ipotesi di reato contestate in concorso sono legate al primo appalto per la gestione del Cara nel 2011, alle successive proroghe dell’affidamento e al condizionamento degli atti preparatori alla mega-gara da 100 milioni del 2014, per la quale sono indagati - in altro procedimento - tutti i 9 sindaci soci del consorzio.


Che fine ha fatto il procedimento penale 243/15? La domanda è tutt’altro che impertinente. E non tanto per capire se abbiano un minimo di credibilità le (mezze) parole di Salvatore Buzzi, che - sotto interrogatorio, il 31 marzo 2015 - chiede ai pm capitolini di interrompere la registrazione perché deve «dire delle cose su Mineo». Perché, sibila il ras delle cooperative romane, «su Mineo cade il governo».


Questa è soltanto una deriva potenziale, magari con un’alta percentuale di millanteria, del procedimento penale 243/15. Un’indagine che è proseguita per oltre un anno fra la Capitale e il Vulcano, grazie a un pool di magistrati messi assieme all’epoca dai procuratori Giuseppe Pignatone e Giovanni Salvi (quest’ultimo oggi non più a Catania): Giuseppe Cascini e Paolo Ielo da un lato; Raffaella Vinciguerra e Marco Bisogni dall’altro. E proprio questi ultimi, i pm catanesi specializzati in reati della pubblica amministrazione, sono andati fin dentro la sala colloqui di un carcere del Centro Italia per un lungo interrogatorio di Odevaine. Su un argomento monografico: gli affari attorno al Cara di Mineo. Il verbale di questo (e di almeno un altro) interrogatorio risulta tutt’ora secretato. «Il mio assistito ha parlato di tutto, rispondendo con disponibilità e senza nascondere nulla», si limitò ad ammettere l’avvocato Luca Petrucci.
Il procedimento 243/15 resta aperto. Anche se, ad esempio, il sottosegretario Castiglione - che s’è sempre difeso sfoderando carte e orgoglio, oltre che uno stomaco di ferro per gli attacchi politici ricevuti da più parti - è ancora fermo «all’avviso di garanzia con capo d’imputazione provvisorio» di oltre un anno fa. E non è mai stato sentito dai magistrati catanesi.


Un’indagine a binario morto oppure la quiete prima della tempesta giudiziaria? Fra le due estremità c’è di mezzo un’infinità di ipotesi. Alcune, provenienti da Roma, propendono per lo sgonfiamento dell’indagine catanese. Ma a Piazza Verga, invece, c’è chi sussurra di uno scenario di tutt’altro tipo. Dentro il palazzo di giustizia etneo c’è chi è convinto che l’inchiesta, già da tempo «configurata», sia talmente «complessa e delicata» da giustificare i tempi lunghi. Si parla di coinvolgimenti ad alto livello, compresi ministeri, prefetture e ufficiali delle forze dell’ordine. Tanto da giustificare quella frase senza veli («nelle indagini sul Cara di Mineo anche pezzi dello Stato») pronunciata dal procuratore di Caltagirone, Giuseppe Verzera, davanti alla commissione parlamentare Antimafia? Non è dato saperlo. Ma soltanto sospettarlo, immaginarlo, ipotizzarlo.


Perché il procedimento penale 243/15 racchiude un’indagine che, oltre all’accertamento di eventuali condotte penalmente rilevanti, avrebbe anche una significativa valenza “politica”. Tant’è che le carte, minuziosamente accumulate da Vinciguerra, una magistrata che non guarda in faccia nessuno (vedasi recentissimo sequestro del depuratore di Mascali, con pesanti responsabilità della Regione), aspettano l’ultimo “timbro” da parte di un procuratore capo nel pieno dei suoi poteri. Uno scenario che, al di là degli aspetti formali, s’è già materializzato con la nomina di Carmelo Zuccaro. Che, da aggiunto, ha seguito l’indagine alla giusta distanza, prima con Salvi e poi col reggente Michelangelo Patanè. E adesso, da capo dell’ufficio, si trova davanti a scelte cruciali. Sul procedimento penale 243/15. Delle cui conseguenze, in un senso o nell’altro, sentiremo parlare. Presto.

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