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Occupazione in Sicilia, le cifre del disastro

Occupazione in Sicilia, le cifre del disastro Si lavora per più ore e per meno soldi

Pagati per 4 ore ma se fanno il doppio per 400 euro al mese

Occupazione in Sicilia, le cifre del disastro Si lavora per più ore e per meno soldi

CATANIA. Più posti di lavoro? Meno disoccupazione? Nuove prospettive per i giovani e, forse, per i meno giovani? Leggere con attenzione le istruzioni per l’uso di questa nuova occupazione di cui si parla e che viene raccontata anche in questi giorni, per rendersi conto che in Sicilia eravamo talmente a pezzi e così in fondo al pozzo, che inevitabilmente su qualche numero il nuovo sistema di distribuzione del lavoro ha regalato qualche segno +.

Ma, se tutto va bene, è pia illusione che concede una mezza boccata d’ossigeno. A tempo. E con grandi sofferenze, anche. Per capire lo stato di sofferenza del mercato del lavoro in Sicilia, basta aggiornare un po’ il data base con gli ultimi dati elaborati dalla Cgil. E viene fuori lo scenario per quello che è. La Sicilia resta saldamente in vetta alla classifica nazionale dei lavoratori senza diritti riconosciuti e, tra l’altro, anche sempre più poveri.

Spiega il segretario generale della Cgil catanese: «I dati sull’andamento del mercato del lavoro nell’Italia del Jobs Act sono disarmanti. Le assunzioni rispetto allo stesso trimestre del 2015, parliamo di gennaio/marzo, sono in forte calo: siamo passati da un milione 364 mila assunzioni al milione e 188 mila del 2016. All’appello mancano 176 mila nuovi posti di lavoro. E, come sempre, va peggio in Sicilia dove le nuove assunzioni sono solo 62716, delle quali 37122 sono a tempo determinato. Segno che oltre ad esserci una sfiducia nazional-generale, nella nostra terra si preferisca assumere con contratti a termine, che non hanno nessun vantaggio fiscale».

Partiamo da una situazione di evidente svantaggio strutturale, da una crisi che da noi è cristallizzata e che, mentre nel resto del Paese si registrano quei timidi segnali di ripresa, da noi continua ad imperversare e soffiare come una bufera. Quanto si giochi sul piano della estrema precarietà lo confermano i dati dei voucher, tanto per capire facendo leva sui numeri. Dice ancora Rota: «Siamo la regione italiana con il maggior numero di voucher venduti. Basti pensare che in tutto il territorio nazionale sono stati venduti 31.5 milioni di voucher del valore nominale di 10 euro (+45.6%), in Sicilia ne sono stati venduti, sempre nel primo trimestre del 2016, 755828 mila.

Per avere un'idea più chiara, facciamo il raffronto con lo scorso anno, in tutto il 2015 sono stati venduti nella nostra terra circa 2 milioni di “buoni lavoro”, nel primo trimestre del 2016 siamo già ad oltre un terzo rispetto allo scorso anno». Altri primati? La Sicilia è una delle regioni dove a trionfare è il “lavoro povero”. Bruttissima denominazione, perché, diremmo, pur sempre di lavoro si parla. Ma non è così. E’ definirlo “lavoro” che, forse, produce un’offesa all’etica e al buon senso. E tutto si accetta per necessità, ma non si potrebbe, né dovrebbe. E che è, allora, ‘sto “lavoro povero”. «E’ il lavoro per cui si guadagna assai meno di quanto sarebbe giusto - racconta il segretario della Camera del Lavoro catanese - per esempio quello dei call center. E’ il lavoro da 400 euro al mese. E in questa fase storica drammatica, è il lavoro che anche i sindacati stiamo difendendo. Perché sembra essere l’unico che offre un accesso al mercato».

Già, difendere. Ma a che prezzo? E non è solo quello dei call center il lavoro “povero”. E’ quello che rientra in strategie dei datori di lavoro che le sperimentano tutte per far andare avanti le loro baracche, spendendo, però, il meno possibile quando si tratta di costo del personale. E qui entriamo nel campo dei diritti violati, negati, delle prevaricazioni, di una violenza che è certamente psicologica, quando non tracima nella violenza fisica. Esempi. Commesse assunte con contratti che prevedono quattro ore di lavoro e 400 euro al mese di stipendio. E poi, però, lavorano per otto ore e di straordinario non se ne parla per niente. Oppure commesse che vengono assunte con contratti per 8 ore al mese, stipendio che può raggiungere anche i 1000 euro. Ma a fine mese, dopo avere lavorato le loro 8 ore e qualcosa in più se serve, metà dello stipendio lo restituiscono in contanti al datore di lavoro. Se non è roba da filande durante la rivoluzione industriale, poco ci manca. Quanto meno per il rispetto che manca, per lo sfruttamento che è facilitato dallo stato di bisogno.

«E’ sempre più difficile fare rispettare i diritti dei lavoratori - conferma Rota - e i sindacati in questo, naturalmente, continuano a battersi ogni giorno, a denunciare, a sostenere anche le battaglie dei lavoratori. Ma con la scusa della crisi i datori di lavoro provano ad abbattere i costi, riducendo drasticamente i diritti dei lavoratori». Quindi tutte le categorie sono a rischio e se si parla di call center è perché, probabilmente, sono diventati un simbolo. E hanno numeri agghiaccianti. I Call center in Sicila hanno oggi 16000 addetti, di cui circa 6000 nella provincia di Catania. E il lavoro dell’operatore di call center viene considerato per definizione lavoro “povero” perché il 94% della popolazione lavorativa è part-time a meno di 30 ore settimanali. Insomma lavora poco e lavora male. Ma quali sono, allora, i punti critici del mercato oggi in Sicilia?

C’è l’assunzione che passa dalle regole del Jobs act, che i sindacati continuano a contestare e per cui la Cgil ha raccolto milioni di firme per tre referendum che eliminino alcune tra le norme più indigeribili. C’è questa maledetta crisi che ha fatto alleggerire le tutele dei diritti per chi lavora, portando, come detto, ad accettare qualunque compromesso pur di portare a casa qualcosa a fine mese. E c’è anche una sempre più diffusa tendenza, secondo le statistiche degli ultimi anni, secondo cui i Tribunali del Lavoro danno sempre meno ragione ai lavoratori nelle vertenze e sempre più ai datori di lavoro. Con inclusa la beffa finale che chi perde paga le spese. E per un lavoratore, per un ex lavoratore cioè, sobbarcarsi anche quell’ultimo salasso è come esalare l’ultimo respiro. Ammesso che gli sia rimasto.

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