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Migranti, il racconto choc di un pentito

Migranti, il racconto choc di un pentito «Organi espiantati a chi non paga viaggio»

Blitz della Polizia di Palermo e Agrigento: 38 fermi in tutta Italia

Nuovo sbarco di 54 persone a Portopalo di Capo Passero

Migranti, il racconto choc di un pentito «Organi espiantati a chi non paga viaggio»

 

Non più barconi stipati di uomini, ma regolari permessi. E’ l’ultimo business del network criminale che gestisce la tratta dei migranti nel Canale di Sicilia a cui la Procura di Palermo dà la caccia da anni. Persone senza scrupoli pronte a far partire dalle coste africane migliaia di disperati che sognano l’Europa, ma capaci anche di escogitare metodi più sofisticati e muoversi tra le maglie delle norme. Con minor rischio e maggiori guadagni. 

A svelare agli investigatori l’altra faccia della tratta è Nuredin Atta Wehabrebi, il primo pentito della rete di trafficanti su cui indagano i pm palermitani. E’ stato lui a confermare ai magistrati i nomi dei capi. Lui a raccontare i viaggi, le torture subite da chi parte e la sorte di chi non ha il denaro: venduti a una banda di egiziani e usati per il traffico di organi. 

Atta ha cominciato a collaborare da un anno e mezzo consentendo ai magistrati di aggiungere un tassello importante a un’inchiesta iniziata dopo il naufragio del barcone affondato il 3 ottobre del 2013 con 366 persone. Da allora, grazie alle intercettazioni e ad anni di lavoro, sono finiti in carcere alcuni organizzatori del traffico e i componenti della banda che si occupano della gestione dei migranti giunti in Italia e dei loro trasferimenti nel nord Europa. Una inchiesta, quella della Procura che ha già portato alle prime condanne e che oggi svela altri particolari e altre responsabilità.

Trentotto i fermi emessi dai pm. Ventitré sono stati eseguiti in diverse regioni di Italia. Gli inquirenti grazie alle dichiarazioni di Atta hanno scoperto due centri, uno a Roma l'altro a Palermo, in cui i migranti venivano radunati e dove confluiva il fiume di denaro raccolto dall’organizzazione. Che stavolta aveva messo su un traffico «d’elite». Invece del pericoloso viaggio via mare «low cost», chi era disposto a pagare somme elevate, fino a 15mila euro racconta il pentito, poteva arrivare regolarmente in Italia grazie ai falsi ricongiungimenti familiari. Complici con regolare permesso di soggiorno attestavano di essere sposati con chi intendeva trasferirsi e si avviava la richiesta alla Prefettura. In genere la stessa persona faceva istanze a diversi uffici. Atta soltanto racconta di aver fatto arrivare in cambio di soldi centinaia di migranti e parla di uno stipendio mensile di 4mila euro.

Nel centro scoperto nella Capitale, una profumeria gestita da un migrante, sono stati sequestrati 500mila euro in contanti e migliaia di dollari, oltre a una sorta di libro mastro con numeri di telefono e nomi, una contabilità dell’organizzazione criminale. I pagamenti avvenivano tramite carte postepay, attraverso il circuito Moneygram o con l’Hawala, antico sistema di pagamento basato su intermediari. I personaggi principali della rete sarebbero Sebsibie Tadele e Mohuammed Salah Hamed. Per gli investigatori Atta è pienamente attendibile. Stesso giudizio l’ha dato il gup che gli ha riconosciuto l’attenuante solitamente concessa ai pentiti di mafia che danno un contributo particolarmente rilevante alle indagini.

54 Migranti sbarcano a Portopalo di Capo Passero

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