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Caso Rovetta - Vecchio

Caso Rovetta - Vecchio, chiesta una nuova archiviazione

Il 31 ottobre ‘90 furono uccisi davanti alle “Acciaierie Megara”

L’inchiesta era stata riaperta su istanza dei familiari dell’ex ad

Caso Rovetta - Vecchio, chiesta una nuova archiviazione

Sono trascorsi ventisei anni (l’ennesimo e triste anniversario cadrà tra poco più di tre mesi) da quando l’imprenditore acese Francesco Vecchio e l’amministratore delegato delle Acciaierie Megara Alessandro Rovetta, furono uccisi in un agguato di mafia. Due o forse tre i killer che agirono (c’è chi ipotizzò si trattasse anche di quattro) entrati in azione il 31 ottobre del 1990 davanti l’uscita dello stabilimento, una delle più importanti industrie catanesi dell’epoca, che aveva la sede nella zona industriale del capoluogo e che all’inizio degli anni ’90 occupava oltre 300 dipendenti e un centinaio di lavoratori nell’indotto.

Un omicidio efferato, spietato eseguito da chi evidentemente aveva grande esperienza con questo genere di atrocità. Gli autori però sono rimasti sconosciuti e impuniti, nonostante le numerose inchieste, i riferimenti sull’episodio fatti in vari processi legati all’azione di “Cosa nostra”. L’ultima inchiesta sulla vicenda venne aperta un paio di anni fa, dopo che alcune istanze furono avanzate dai familiari di Rovetta che produssero una nuova serie di documenti e di incartamenti che si sperava fossero utili a individuare mandanti e assassini.

La Procura ci ha lavorato duramente, impegnandosi a fondo ancora una volta e forse anche più di allora, spulciando carte, sentendo anche nuovi e importanti collaboratori di giustizia, alcuni dei quali legati anche alle cosche di altre provincie. Ribattute nuove piste e formulate nuove ipotesi, senza dimenticarsi però, ripercorrendole anche, quelle nel frattempo battute. Nulla è stato escluso. 

Anche la pista che avrebbe potuto portare a una matrice anticapitalista, come venne ipotizzato. Un delitto di mafia più probabilmente, comunque eseguito attraverso la più classica delle modalità tipiche di quest’ambiente. Al di la della ferocia che contraddistinse la duplice esecuzione, ci si chiede ancora se a ordinarla fu la cosca catanese dei Santapaola e degli Ercolano, esclusivamente per questioni legate a richieste estorsive, magari disattese o solo in parte ottemperate, o se invece fu la mafia palermitana a decidere, avendo l’esigenza di infiltrarsi nello stabilimento per gestire poi gli appalti legati alla fornitura del ferro e alla produzione e vendita successiva dell’acciaio.

Domande senza una risposta certa, insieme ai nomi e ai volti di quei killer che, ventisei anni dopo, aleggiano ancora come fantasmi su uno dei delitti più spietati degli ultimi decenni eseguiti in questa città. L’ultima firma che sancisce una nuova archiviazione del caso è stata posta dal presidente dei giudici per le indagini preliminari Nunzio Sarpietro. Il faldone però, sempre più corposo e voluminoso, non andrà in prescrizione. Magari il tempo che passa inesorabile, non aiuterà ad alimentare la speranza di risolvere il caso. Magari, all’improvviso, un giorno arriverà quella risposta tanto attesa.

 

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