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Il giudice: «No a scarcerazione Provenzano per rischio rappresaglia, ma umanità garantita durante la degenza»

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Il giudice: «No a scarcerazione Provenzano per rischio rappresaglia, ma umanità garantita durante la degenza»

I «trascorsi criminali» di Provenzano e il «valore simbolico del suo percorso criminale» lo espongono, «qualora non adeguatamente protetto nella persona e trovandosi in condizioni di assoluta debolezza fisica, ad "eventuali rappresaglie" connesse al suo percorso criminale, ai moltissimi omicidi volontari dei quali è stato riconosciuto colpevole, al sodalizio malavitoso» di cui è stato «capo fino al suo arresto». E’ uno dei motivi per cui il giudice di sorveglianza di Milano 2 giorni fa ha detto no alla scarcerazione del boss morto oggi. 

Nel suo provvedimento il magistrato di Sorveglianza milanese Mariolina Panasiti lunedì scorso non ha disposto «alcun differimento della esecuzione della pena, neppure nelle forme della detenzione domiciliare», per vari motivi. Oltre al rischio che possa «essere possibile ed eventuale soggetto passivo di iniziative rivolte contro di lui», per il giudice il boss, da 27 mesi ricoverato nell’apposito reparto per i detenuti dell’ospedale San Paolo di Milano dove le sue "condizioni di salute sono peggiorate in ragione dell’età (...) e della sopravvenienza di un focolaio» di broncopolmonite, presentava le «medesime patologie, anche quanto ad intensità e gravità» già valutate il Tribunale di Sorveglianza di Milano nel 2014 e dalla Cassazione l’anno successivo quando si espressero negativamente circa una sua scarcerazione. 

Pertanto due giorni fa ha ritenuto di «non poter intervenire in via d’urgenza e provvisoria» con un provvedimento «in netto contrasto» e ha trasmesso gli atti al Tribunale di sorveglianza che, in composizione collegiale, avrebbe potuto di nuovo valutare il caso e decidere in modo diverso da quanto disposto in precedenza. Nel suo provvedimento il magistrato di Sorveglianza milanese Mariolina Panasiti lunedì scorso non ha disposto «alcun differimento della esecuzione della pena, neppure nelle forme della detenzione domiciliare», per vari motivi. 

Oltre al rischio che possa «essere possibile ed eventuale soggetto passivo di iniziative rivolte contro di lui», per il giudice il boss, da 27 mesi ricoverato nell’apposito reparto per i detenuti dell’ospedale San Paolo di Milano dove le sue "condizioni di salute sono peggiorate in ragione dell’età (...) e della sopravvenienza di un focolaio» di broncopolmonite, presentava le «medesime patologie, anche quanto ad intensità e gravità» già valutate il Tribunale di Sorveglianza di Milano nel 2014 e dalla Cassazione l’anno successivo quando si espressero negativamente circa una sua scarcerazione. 

Pertanto due giorni fa ha ritenuto di «non poter intervenire in via d’urgenza e provvisoria» con un provvedimento «in netto contrasto» e ha trasmesso gli atti al Tribunale di sorveglianza che, in composizione collegiale, avrebbe potuto di nuovo valutare il caso e decidere in modo diverso da quanto disposto in precedenza.

Il giudice ha anche precisato che «Nessuna condizione di contrasto con il senso di umanità si realizza con la permanenza» di Bernardo Provenzano, nel reparto per i detenuti dell’ospedale  San Paolo di Milano. Reparto dove oggi è morto e dove il boss è stato per 27 mesi «semplicemente degente, assistito al meglio dal personale medico e infermieristico».

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