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Veronica, blitz sulla tomba del figlio «Loris riposa in un luogo trascurato»

Lettera al marito: «In carcere sto lavorando, ti manderò i soldi per l'altro bimbo»

Veronica, blitz sulla tomba del figlio «Loris riposa in un luogo trascurato»

Nostro inviato

Santa Croce Camerina. Alle 11 di una mattina di piena estate il cimitero di Santa Croce Camerina è un deserto di afa e di quiete. E passa del tutto inosservato quel monovolume che arriva nell’ampio piazzale, con quattro passeggeri dentro. Uno di questi è Veronica Panarello. Che torna, quasi un anno dopo la prima e unica volta, sulla tomba del figlio Loris Stival.

La madre, sotto processo per l’assassinio del bambino, all’ingresso chiede di fermarsi per qualche istante. «Non riuscivo a realizzare di essere a pochi metri dal mio Loris e non a decine di chilometri», racconterà a chi l’accompagna. Confessando che «all’entrata del cimitero il dolore mi ha assalito».

Quasi nessuno sapeva di questa visita autorizzata dal gup di Ragusa, Andrea Reale. Non c’erano forze dell’ordine, né giornalisti. E persino l’avvocato Franco Villardita è stato informato il giorno seguente con una lettera della sua assistita. «Una visita come avrei voluto che fosse quella della volta scorsa, senza nessuno che mi osservasse», scrive Veronica, che nel carcere catanese di piazza Lanza, da qualche tempo è impegnata in attività di lavoro penitenziario. E anche la mattina del 27 luglio era cominciata come tante altre. «Mi sono alzata alle sei e ho fatto colazione, poi mentre stavo pulendo l’ufficio di un assistente mi hanno detto di prepararmi, perché sarei andata da Loris. Alle 8,30 sono partita da Catania, ero molto emozionata...».

Ad attenderla, a Santa Croce Camerina, non c’è il suo avvocato, né il padre Franco Panarello. Ma ci pensa un commissario della polizia penitenziaria, «che è stato gentilissimo», a comprare un mazzo di fiori. E, appena li appoggia sulla tomba del figlio, la donna rivela di aver «sentito la presenza di Loris al mio fianco». Anche se, si sfoga, «sono rimasta sconvolta dal vedere come fosse trascurato il luogo dove riposa il mio più grande amore». Lo scriverà anche al suo avvocato: nessuno che «cambia l’acqua fresca alle piante, né che spolvera la foto sulla lapide, o che taglia i fiori secchi attorno alla tomba». Insomma: un luogo «non idoneo», secondo Veronica, a conservare la memoria del bambino.

E così lei - madre assassina per la giustizia, ma pur sempre madre per la natura - ammette che «Davide si accorgerà che sono stata lì, perché ho spostato qualcosa». Se c’era qualche probabilità che il marito non ne potesse sapere nulla, ci pensa sempre lei. Carta e penna: una lettera al marito Davide Stival, partita due giorni dopo dal carcere. Poche righe, senza alcun preambolo. Giammai scuse o segni di pentimento. Né per l’omicidio per cui l’accusano, né per la relazione col suocero Andrea Stival che lei ha confessato trascinandolo sul luogo del delitto. Una comunicazione di servizio, che ha suscitato la comprensibile rabbia del destinatario. Al quale, oltre a “notificare” la visita al cimitero, chiede con insistenza «quando mi mandi le foto (dell’altro figlio minore, ndr) che ti ho chiesto più volte, visto che anche il giudice ha detto che ho il diritto di vederle». Fotografie che - come ricorda Daniele Scrofani, legale del marito - sono state invece inviate in carcere. L’avvocato conferma la lettera di Veronica e manifesta «una certa sorpresa nell’apprendere della visita della signora Panarello al cimitero». Non lo ammette, ma trapela anche un certo fastidio, anche perché «Davide va spessissimo sulla tomba del figlio ed è un puro caso che non ci sia stato un incontro fra lui e la moglie».

Veronica racconta a Davide anche del suo nuovo lavoro in carcere: «Quando mi pagheranno, ti manderò i soldi per comprare al piccolino quello che lui vorrà». Ma adesso è il marito (assunto nello staff dell’ex primo cittadino di Vittoria, Giuseppe Nicosia, poco dopo la morte di Loris) a essere tornato disoccupato, poiché il nuovo sindaco Giovanni Moscato non ha ritenuto di confermare il contratto. Davide, che prima faceva il camionista, adesso non vorrebbe tornare a quei lunghi viaggi che lo terrebbero lontano dal figlio più piccolo. Ma lui, come dal primo giorno, affronta anche questa batosta come tutte le altre. Con dignità. Silenziosa, quasi eroica.

Twitter: @MarioBarresi

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