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Spedizione per vendicare la rissa di quattro giorni fa La rabbia dei sanconitani «Da un mese senza pace»

Spedizione per vendicare la rissa di quattro giorni fa La rabbia dei sanconitani «Da un mese senza pace»

San Cono (Catania) -  Era già tutto previsto. O almeno prevedibile. «E non perché qui siamo razzisti», sbottano sbattendo i pugni sul tavolino del bar, in piazza. A San Cono derubricano l’aggressione ai quattro minorenni egiziani, un «agguato premeditato» secondo i pm, in «legittima difesa di un paese senza più pace». Parole di comprensione per i tre ragazzi adesso in carcere per tentato omicidio e lesioni - tutti rigorosamente «di famiglie perbene, onesti lavoratori», come si dice sempre in questi casi - e in più un rigurgito di pancia, un diffuso senso di «adesso basta».

Perché il centro di prima accoglienza per minori - a San Michele di Ganzaria, ma troppo vicino a San Cono - da un mese qui non è più gradito. Quasi a nessuno. «Vengono qui a fare i loro porci comodi, provocano i nostri ragazzi, insidiano le ragazze», dice Salvatore.

Ed è forse questa la frase-chiave. La cima di una montagnola di ripicche e vendette. Uno sguardo di troppo a una fidanzatina, una pallonata tirata addosso per sfida. L’insofferenza diventa intolleranza. «Cose dei carusi», azzarda qualcuno. L’ultimo episodio, raccontano in paese, è una scazzottata di quattro giorni fa «in pubblica piazza, davanti a testimoni», con «almeno otto egiziani contro un paesano diciannovenne». Sarebbe uscito fuori pure un coltello. E - dicono - ci sarebbe stato M. M., il giovanissimo egiziano adesso in fin di vita, in testa ai picchiatori. Da qui la spiegazione - comunque agghiacciante - del particolare accanimento soltanto contro di lui, mentre per gli altri tre s’è trattato solo di una “lezione” a colpi di mazza su gambe e braccia. «Se la sono cercata», ti sussurrano, poi manco tanto sottovoce, i ragazzi al pub.

Ma perché questo episodio (così come tutti gli altri) non è stato denunciato? Ai carabinieri non risulta nulla. Anche se adesso i militari del Nucleo operativo di Caltagirone, assieme a quelli della locale Stazione, cominciano a raccogliere i cocci di una convivenza ormai impossibile. Gli episodi, almeno cinque, di quest’ultimo mese di alta tensione. Fino all’ultima resa dei conti, dopo la quale uno degli esponenti politici più in vista del paese avrebbe consigliato di non denunciare, facendo una solenne promessa: «Io quel centro lì lo faccio chiudere».

«Quel centro lì», un ex convento in cima alla collina, in cui a giugno ci fu una rissa fra giovanissimi di etnie diverse e poco prima di ferragosto un “ratto” delle operatrici, per interminabili minuti prigioniere degli ospiti che volevano la diaria in anticipo.

«Quel centro lì», della rete di cooperative sociali riconducibili a Paolo Ragusa, indagato (a Catania e a Caltagirone) in alcune delle inchieste sul Cara di Mineo. Ieri bocche cucite, fra operatori e responsabili. Oggi si prevede una resa dei conti, con i sindaci di San Michele e di San Cono pronti a chiedere la chiusura del Cpa.

«Questi animali devono andarsene». La rabbia monta in piazza e sui social network (a proposito: i carabinieri collezionano i post più pesanti e razzisti, da approfondire). E il sedicenne che rischia di morire, perché il suo cranio è stato maciullato a colpi di mazza da baseball? Sembra non pensarci nessuno. Nessuno, tranne Federica. «Non penso ad altro da quand’è successo. Loro, gli egiziani, non sono cattivi. Neanche i nostri ragazzi lo sono. È tutto sbagliato. Non c’è nulla al posto giusto». Come darle torto?

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