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Eni: protocollo d'intesa rispettato. Ma ci sono ritardi. E le aree dismesse fanno gola

Il "new deal" in salita e lo spettro dei rifiuti

Eni: protocollo d'intesa rispettato. Ma ci sono ritardi. E le aree dismesse fanno gola

Viaggia lentamente il settore delle bonifiche bloccato dai soliti ritardi autorizzativi (è il caso dei 50 milioni stanziati per l'area Isaf, che contiene materiale radioattivo) ed è congelata, in attesa della decisione del Consiglio di Stato, la costruzione di una nuova piattaforma petrolifera, la “Prezioso K”, per 700 milioni.

Un altro articolo di quel protocollo, siglato al ministero dello Sviluppo economico il 6 novembre del 2014, prevede una spesa di 32 milioni di compensazioni da parte di Eni per finanziare progetti di riqualificazione del territorio. Di quella somma si sono spesi soltanto 150mila euro per porte e climatizzatori di una sala del museo archeologico che è il cimitero della nave greca di Gela.

Un'intesa per destinare sei milioni di euro a dragare i fondali insabbiati del porto rifugio dovrebbe essere siglata a giorni tra Regione, Comune ed Eni. Per il resto della somma, idee confuse con governatore e sindaco che dialogano poco.

Eni sostiene di essere in regola con gli impegni assunti nel 2014. Lo ha detto nell'ultima visita a Gela Salvatore Sardo, chief refuning&marketing di Eni, annunciando che i lavori di costruzione della bioraffineria, a due mesi dalle autorizzazioni sono iniziati; e che materiali e appalto per il nuovo impianto di Steam reforming, la produzione di idrogeno, sono dati acquisiti.

Il 15 settembre al ministero dello Sviluppo economico, per l'incontro trimestrale di verifica del protocollo, Eni continuerà a sostenere che per parte sua è tutto in regola: non ci sono ritardi nel protocollo.

L'altra faccia della medaglia è una città stremata, incapace di sostenere il peso di un'industria che non c'è più e di un indotto che ruotava sugli appalti Eni, oggi destinato a morire se non trova nuovi sbocchi.

Che ne sarà della Gela post petrolio? L'impressione forte è che sulla città si stiano concentrando gli interessi dell’imprenditoria che ruota attorno al settore dei rifiuti. Un bando per l'uso delle aree dismesse della raffineria lanciato da Confindustria ha visto la presentazione di progetti legati proprio al trattamento dei rifiuti. Ben tre le iniziative in corsa. Una dell’Eni per ricavare energia dai rifiuti, due da altri privati. Si parla di un liquefattore e di un inceneritore di rifiuti. Notizie che, sia pure frammentarie, hanno già suscitato dure reazioni da parte dell'opinione pubblica: «No a trasformare Gela nella pattumiera d'Italia».

Istituzioni locali e regionali e governo nazionale stanno lavorando a un accordo di programma sull'area di crisi complessa - formula che finora non ha portato vantaggi neanche riguardo alla deroga sugli ammortizzatori sociali - che dovrebbe puntare, tra le altre cose, sulla valorizzazione e l'uso del porto industriale (di proprietà della Regione, ma usato per 60 anni da Eni) e sulla costruzione di un impianto di liquefazione del metano che arriva dalla Libia. Solo idee, tempi lunghi e difficili da sopportare. La vertenza Gela non è come quella di Termini Imerese. Per Gela niente favoritismi e corsie preferenziali. Sul tappeto solo il ricordo dei selfie del premier Matteo Renzi alla vigilia del Ferragosto 2014 cui si aggiungono, due anni dopo, quelli pubblicati sui social dai tanti gelesi che lavorano all'estero. È vero che nel diretto della raffineria non si è perso un posto di lavoro, ma ciò al prezzo di metà dipendenti trasferiti in Italia ed all'estero.

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