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Paradosso Sicilia: alimenti bio venduti come convenzionali

Niente poli di trasformazione. Cresce chi sceglie e-commerce e km zero

Paradosso Sicilia: alimenti bio venduti come convenzionali

La Sicilia, al contrario delle altre regioni, è la principale produttrice ma ha il minore numero di punti vendita e non ha centri di stoccaggio e trasformazione per l’agroindustria. Dunque, ha un surplus di produzione biologica rispetto alla domanda di consumo. Secondo i dati Ismea fermi al 2014, l’Isola è in testa nel Paese con 303.066 ettari coltivati a biologico (+8,1% rispetto al 2013), di cui 43.879 ettari a cereali, 9.412 a legumi, 115 a radici, 527 a colture industriali, 43.075 a foraggi, 6.676 a seminativi, 4.362 a ortaggi, 3.270 a frutta, 8.578 ettari a frutta in guscio, 17.411 ad agrumi, 27.105 a vigneti, 25.654 ad oliveti, 352 a colture permanenti, 36.978 a pascoli, 56.978 a pascoli magri e 19.430 ettari come terreni a riposo.

I produttori che hanno scelto il biologico sono 9.660, di cui 8.492 esclusivi, 531 produttori e trasformatori, 625 trasformatori esclusivi e 12 importatori; vi sono 1.568 aziende zootecniche e 3 produttori di cosmesi.

Pure nel 2015, secondo le prime anticipazioni Ismea, la Sicilia è prima per numero di operatori e per superficie coltivata, il 22% del totale regionale.

Questo “carro armato”, però, non riesce a raggiungere i consumatori. Angela Sciortino, agronoma e giornalista, in un seminario tenuto all’Istituto superiore di giornalismo ha spiegato che «questa enorme quantità di aziende, che rappresenta quasi un quarto del totale regionale, dovrebbe essere presente in almeno un quarto degli scaffali di supermercati, negozi o mercati. Così non è. C’è da pensare che le aziende scelgono consapevolmente un’agricoltura naturale per offrire un prodotto migliore e a valore aggiunto, ma non riescono ad attraversare le maglie della distribuzione, per cui sono costrette a conferire i loro prodotti come convenzionali, non percependo al campo quel di più che andrebbe riconosciuto al biologico».

Può capitare spesso, quindi, che fra i cavolfiori e gli agrumi che acquistiamo dal nostro solito rivenditore ve ne siano anche di biologici. «Purtroppo accade spessissimo - conferma Ettore Pottino, (foto piccola) presidente di Confagricoltura Sicilia - . Abbiamo una fortissima produzione, ma mancano proporzionati poli di trasformazione destinati al confezionamento per l’industria e la grande distribuzione; quindi, in assenza di richiesta a valore aggiunto, molta merce viene commercializzata come convenzionale, acquistata da grossisti che non riconoscono un prezzo maggiore. Le truffe avvengono quando c’è poco prodotto e troppa richiesta. Da noi è il contrario. Semmai - osserva Pottino - bisogna osservare i prodotti distribuiti dalle grandi agroindustrie, perchè potrebbero essere tentate dal rivolgersi non ad aree vocate come la Sicilia, ma a produttori dell’Est europeo, dove le maglie dei controlli sono più larghe. Dunque, rivolgiamoci con fiducia ai prodotti freschi e trasformati siciliani».

Molte aziende scelgono la vendita diretta a km zero, le consegne a domicilio, l’e-commerce, la fornitura ai pochi supermercati, negozi e ristoranti specializzati (in Sicilia Biobank ne conta 130) e la trasformazione dei propri prodotti. Sempre Biobank ci dice che la Sicilia è fra le tre regioni con il maggiore impulso di vendite bio tramite e-commerce. Mattia Elena Badaglialacqa, giovanissima delegata di Donna Impresa Palermo di Coldiretti (foto al centro), racconta l’esperienza della coop che ha lanciato “Bosco Ficuzza Bio”, che da Cerda (Pa) rifornisce una trentina di negozi fra Palermo, Catania e Messina ma che si è pure organizzata con l’e-commerce (3 mila contatti), le consegne a domicilio in tutta l’Isola (più di 700 ceste a settimana) e i mercati di Campagna Amica di Coldiretti: «Con 20 soci lavoratori e 100 ettari di cui 72 a olive e 8 a ortaggi (in parte riservati alla biodiversità per il mercato svizzero), nonchè con la trasformazione, riusciamo a garantire oltre 100 articoli a stagione - riferisce l’imprenditrice - . La maggior parte dei produttori non ha una mentalità da “agricoltura 2.0” e ha solo l’interesse di accorciare la filiera. Noi puntiamo anche al valore aggiunto e per questo diversifichiamo la commercializzazione e investiamo sulla trasformazione. Siamo soddisfatti e la clientela è sempre in aumento».

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