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La vera storia di Francesco Corallo, il "re delle slot" partito da Catania

Intrecci con la politica, la finanza e le concessioni per le macchinette mangiasoldi

La vera storia di Francesco Corallo, il "re delle slot" partito da Catania

CATANIA - Figlio di Tanino Corallo, il primo catanese a fondare un casinò ai Caraibi, il «Rouge et noir» sull'isola di Saint Maarten, Francesco Corallo, 52 anni, di Catania, è noto come il re delle slot machine e dei videopoker (appellativo datogli nel 2007 quando la guardia di finanza scoprì una maxitruffa ai danni dei Monopoli di Stato) ed è stato per anni il numero 1 (prima di passare dietro le quinte) del gruppo «Atlantis World-B Plus Giocolegale», una società con sede nelle Antille olandesi ma che è il più importante gruppo che su concessione pubblica gestisce in Italia le cosiddette macchinette mangia soldi: ha quasi un terzo del mercato del gioco d'azzardo legale. In passato è stato anche assistente parlamentare del deputato del Pdl Amedeo Laboccetta con il quale è stato arrestato oggi dopo che si e scoperto che i loro legami non erano solo politici. Oltre ai legami con la politica, Corallo ha notevoli intrecci anche con il mondo quello della finanza. La Dea (Drug Enforcement Agency) degli Stati Uniti lo descrive anche in «elevata posizione» nel clan mafioso Santapaola, ed è stato per anni nella lista dei supericercati dell'Interpol.

 

Da quello che è stato possibile ricostruire, Francesco Corallo possiede tre case da gioco a Saint Marteen, due a Santo Domingo e una a Panama, è stato inquisito (ma la sua posizione è stata archiviata) per riciclaggio e traffico di droga in due procedimenti intentatigli dalla Procura di Roma sulla base di informative di finanza e polizia che indagavano su una presunta evasione fiscale di parecchi miliardi di euro e lo volevano legato al boss del narcotraffico boliviano, l'ex parà Marco Marino Diodato. Ma ne è uscito sempre pulito.

 

Poi come proprietario del gruppo Atlantis è sbarcato in Europa, aprendo sedi anche a Londra e Amsterdam, controllando slot machine e videopoker un po' dappertutto, fino ad arrivare anche a Roma con la società ribattezzata «Bplus gioco legale»: Corallo aveva casa e ufficio in piazza di Spagna. Per qualche anno presidente di questa società in Italia è stato poprio  Amedeo Laboccetta, vecchio missino amico di Fini innamorato dei Caraibi. E proprio Laboccetta nel 2004 portò Fini a Saint Marteen dove vennero fotografati nel ristorante del casinò di Francesco Corallo.

 

Poi erano accaduti due fatti rilevanti: prima i miliardi richiesti dal Fisco e quindi poi la vicenda della Banca popolare di Milano, il cui presidente Massimo Ponzellini (che era anche presidente di Impregilo) concesse un prestito di 148 milioni a Corallo in cambio di una presunta mazzetta da un milione di euro e di un'altra presunta mazzetta promessa di 3,5 milioni di sterline. In seguito allo scandalo, Ponzellini finì in galera, perse tutte le cariche e soprattutto l'amicizia dei potenti, e Francesco Corallo scappò ai Caraibi (dopo un breve salto a Catania per rinunciare alla cittadinanza italiana davanti all'impiegato dell'ufficio Anagrafe del Comune) per evitare il carcere.

 

Dopo 14 mesi di latitanza, Francesco Corallo, che afferma di avere restituito i 148 milioni alla Bpm, è tornato in Italia, si è costituito ed è stato per un po' agli arresti domiciliari, fino a che la sua posizione si è alleggerita in quanto la Bpm ha ritirato la querela facendo decadere il reato di corruzione. In sostanza, Francesco Corallo non ha dovuto più rispondere di corruzione, ha pagato il suo debito alla banca e il 26 luglio la Prefettura di Roma ha sospeso temporaneamente la validità dell'informativa antimafia interdittiva del 24 settembre 2012 che aveva causato l'esclusione di Bplus dalla gara per le concessioni.

 

I retroscena dicevano che siccome lo Stato non poteva fare a meno degli 800 milioni di euro di imposte versate ogni anno grazie alle macchinette di Bplus, si era trovata una soluzione all'italiana con l'attribuzione del controllo a "Bplus Trust" guidata da un amministratore fiduciario, l'avvocato olandese Jeroen Veen, molto gradito alla proprietà.

 

Oltre che con Laboccetta, Corallo aveva anche ottimi rapporti con l'on. Milanese, braccio destro di Tremonti. Tra l'altro Corallo come detto aveva ospitato nel suo resort l'ex presidente della Camera Gianfranco Fini e proprio dai Caraibi era partita l'operazione per la vendita dell'appartamento di Montecarlo al «cognatino» Giancarlo Tulliani, attraverso l'avvocato-mediatore Walfenzao, amico e collaboratore di Corallo jr, vendita che è finita anche nell'inchiesta che oggi ha portato nuovamente il catenese Corallo agli arresti.

 

Naturalmente non poteva mancare anche il sospetto di mafia perché Nitto Santapaola e moglie erano stati in vacanza a Saint Maarten nell'hotel di Tanino Corallo quando ancora il «Cacciatore» era incensurato e aveva un regolare passaporto. L'allora Alto commissario antimafia Domenico Sica si era interessato alla presenza dei catanesi nell'isola caraibica, forse sospettando che Santapaola ci fosse tornato in latitanza, ma le indagini non avevano fatto molta strada.

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