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Il rapporto della Digos di Catania: "Anis, pericoloso e di indole violenta"

La nota della Polizia etnea sul terrorista tunisino

Il rapporto della Digos di Catania: "Anis, pericoloso e di indole violenta"

Violento, pronto a soffiare sul fuoco della protesta, secondo diverse ricostruzioni poco religioso, ma da un certo punto in poi incline a comportamenti sospetti, assimilabili a quelli di un soggetto che medita un percorso di radicalizzazione e manifesta forme di adesione ideale al terrorismo di matrice islamica. È il profilo di Anis Amri, il supericercato per l’attentato di Berlino.

Dire quanto questo sia jihadismo, è difficile. I fatti dicono però che un compagno di carcere detenuto con lui ad Agrigento, con cui aveva frequenti contrasti, lo descrisse come «un terrorista islamista che mi terrorizza per convertirmi all’Islam» e dichiarò che Amri lo vessava e lo minacciò di volergli tagliare la testa «perché io sono cristiano». Per questo nel novembre 2014 il Dipartimento amministrazione penitenziaria mise Amri sotto osservazione e lo segnalò al Comitato analisi strategica antiterrorismo. E per questo in una nota redatta dalla Digos di Catania dopo la sua scarcerazione, Amri viene tratteggiato come un «personaggio di indole violenta, carismatico, di stretta osservanza dei principi religiosi islamici».

A parlare di una sua possibile radicalizzazione in carcere è stato ieri uno dei fratelli del presunto attentatore, Abdelkader Amri, parlando con la Bild, secondo il quale Anis Amri potrebbe «essersi radicalizzato nei quattro anni trascorsi in cella in Italia», durante i quali è passato da un carcere all’altro della Sicilia, facendosi notare per violenze e disordini. Ma dalla documentazione carceraria che lo riguarda «non emergono dati relativi a una sua radicalizzazione».

Gli episodi concreti sono però da ricondurre alle minacce rivolte al compagno di detenzione e ad un’altra circostanza: Amri in carcere frequentava solo tunisini come lui, legando solo con alcuni di loro, «mai segnalati» però «per atteggiamenti riconducibili al fenomeno del proselitismo di matrice confessionale».

La Procura di Palermo sta tentando di ricostruire il periodo trascorso in Sicilia: i pm hanno aperto un fascicolo di «atti relativi», ancora dunque non un’indagine vera e propria. Delegati alla Digos i primi accertamenti.

Le carte sulla “storia” carceraria dell’uomo, sbarcato nella primavera 2011 a Lampedusa, dicono che fu arrestato dai carabinieri il 23 ottobre 2011 nel centro di accoglienza di Belpasso: con altri 4 immigrati aveva appiccato il fuoco nel centro e aggredito un operatore. Una protesta - dissero loro stessi - contro il prolungarsi dell’iter per ottenere lo status di rifugiato. Amis fu condannato a 4 anni di reclusione per danneggiamento a seguito di incendio, lesioni, minaccia, appropriazione indebita. Da qui inizia una vicenda di detenzione segnata da numerosi episodi critici: «Era segnalato e tenuto sotto stretta osservazione come un detenuto violento e riottoso», afferma il segretario del Sappe Donato Capece. L'amministrazione penitenziaria ha censito 12 procedure disciplinari, dall’ammonizione del direttore all’esclusione dalla attività in comune con altri detenuti. Il primo episodio è del 28 maggio 2013 per abbandono ingiustificato di posto. Lo stesso anno Amri è segnalato per intimidazione e sopraffazione dei compagni e atteggiamenti offensivi. Nel 2014 altri 7 casi: tre per promozione di disordini e sommosse, due per intimidazioni e sopraffazione dei compagni, uno per inosservanza degli ordini e uno per «altri reati». Nel 2015, infine, due casi per atteggiamento molesto verso i compagni.

Questo comportamento ha fatto sì che Amri sia stato spostato da un carcere all’altro per motivi di sicurezza. Dal Lanza di Catania il primo giugno 2012 passa al Bodenza di Enna dove resta sei mesi: qui partecipò anche a uno spettacolo teatrale organizzato in carcere. Poi l’11 dicembre fu spostato a Sciacca dove resta un mese e mezzo. Il 31 gennaio 2014 passa ad Agrigento che lascia 9 mesi dopo per il Pagliarelli di Palermo dove sconta 4 mesi prima di essere nuovamente trasferito il 10 gennaio 2015 all’Ucciardone, sua ultima destinazione carceraria. Lo spostamento fu disposto «per gravi e comprovati motivi di sicurezza» come prevede l’art. 42 dell’ordinamento penitenziario.

Il contesto dell’estremismo islamico è invece più evidente in Germania, dove Amri è arrivato nel luglio 2015. Ed è in quel periodo che ora gli inquirenti cercano di scavare: al setaccio la rete di contatti che si addentra negli ambienti salafiti tedeschi con legami con l’Isis, come quelli legati al predicatore iracheno Abu Walaa, al cui circolo Amri faceva riferimento «pur non essendo uno dei membri più stretti», come ha rivelato la Sueddeutsche Zeitung.

Ieri in Germania diversi blitz della polizia hanno interessato tre città: Berlino, Dortmund e Emerich sul Reno. Sono i luoghi che racchiudono la “vita tedesca” di Amri, quelli in cui ha abitato o risultava ufficialmente registrato.

La caccia continua, accanto alle polemiche per quella che uno dei maggiori esperti di terrorismo tedeschi, Peter Neumann, ha definito alla Dpa «il fallimento della sicurezza». Il settimanale Focus ha scritto che la polizia criminale del Nordreno-Vestfalia era a conoscenza dei piani di Anis Amri di compiere attentati in Germania «almeno dalla scorsa estate». La Sueddeutsche ha scovato nelle carte degli inquirenti che il tunisino «si era addestrato in Bassa Sassonia per combattere in Siria con l’Isis». Dagli Usa il New York Times ha rivelato che il super-ricercato era nel radar delle agenzie di intelligence ed era stato inserito nella no-fly-list statunitense. Lo Spiegel ha svelato che era anche nel mirino dei servizi tedeschi «per essersi offerto come kamikaze». Aveva cercato online come procurarsi bombe e nella vita reale armi automatiche.

E mentre il Paese tiene il fiato sospeso, Angela Merkel esorcizza la bufera politica che l’attornia dicendosi «fiera della reazione ragionevole della maggioranza dei tedeschi». Infine c'è Berlino, alla ricerca della normalità perduta: ha riaperto ieri il mercatino della strage.

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