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«Gio, aveva uno spiccato senso dell’umorismo»Il racconto del cooperante Fabio Sofia

«Gio, aveva uno spiccato senso dell’umorismo» Il racconto del cooperante Fabio Sofia

«Gio, aveva uno spiccato senso dell’umorismo» Il racconto del cooperante Fabio Sofia

Viaggiare, sì, ma mai verso mete turistiche, e non per divertirsi. Questo pensava Fabio Sofia, fin dai tempi dell’università. Dopo Scienze politiche, la sua concretezza da rugbista lo porta fuori dall’Italia e non è una fuga ma una necessità: quella che gli impone di capire, di aiutare, di rendersi utile, senza troppi giri di parole. Di volta in volta la cooperazione internazionale gli pone sfide nuove, i rifugiati, la logistica, l’organizzazione degli aiuti, dal Sud Sudan alle Filippine, dall’Africa all’Asia, cercando il senso delle cose e il contatto con l’altro.

 

Non è una passione giovanile, ma diventa un vero e proprio lavoro, conquistato sul campo. Dal suo sud verso altri sud, verso altre isole. Assieme a lui altri cooperanti, e tra questi Giovanni Lo Porto. «Sì, conoscevo Giovanni, abbiamo lavorato insieme per 2 mesi in Birmania nel 2008: io facevo un’internship e lui aveva un contratto breve. Giovanni era un ragazzo semplice, umile, con uno spiccato senso dell’umorismo e il suo accento palermitano. Ci divertivamo a scherzare in dialetto. Ricordo che spesso si recava a Dedaye, nell’Irawaddy, dove facevamo i nostri interventi di supporto post ciclone Nargis. All’epoca non era facile andare sul field, c’era ancora il rigido regime birmano militare al potere, eppure Gio si era guadagnato la simpatia della polizia della zona, lo facevano passare appena lo vedevano... Riusciva a condividere simpatia con tutti».

 

«Penso che lavorare in certi contesti comporta rischi, e questo rende il lavoro non facile. Ma ti porta a lavorare ancora con più impegno e serietà. Più aumenta la qualità del lavoro fatto, più aumenta l’impatto positivo del nostro lavoro. Non puoi capire quanto sia contenta la gente quando l’aiuti nei contesti dove lavoriamo. Cosa mi spinge a lavorare? La fermezza nel voler credere in un futuro migliore, a dare una possibilità in Paesi lontani a chi non l’ha mai avuta, o a chi ha perso tutto per una catastrofe naturale. Poi succedono disgrazie come questa e si apre una partita non facile; credo a volte, ma non tutti sono d’accordo, che più se ne parli, più si alzi il prezzo del rilascio. Ma forse mi sbaglio ».

 

Si interrompe, affiorano nuovi ricordi su Giovanni: «Sai, alcune delle foto che fanno vedere di Giovanni in Birmania le ho fatte io. Eravamo io, Marianna, Federico e Giovanni, eravamo in centro a Yangon per il farewell (commiato di fine missone) di Giovanni, eravamo andati a mangiare delle frittelle in centro. Ricordo le nostre risate, o quando ci trovammo a mangiare in un grill restaurant, tanto buono quanto sporco, a un certo punto ci fu una mega invasione di topi e iniziammo a urlare ‘’i suggi i suggi’’ e iniziammo a scherzare su come chiamare in dialetto belve giganti simili».

 

È da pochi mesi rientrato dalla sua ultima missione, nelle Filippine, per l’emergenza causata dal tifone Yolanda, e vive in Germania con la sua ragazza «per prendersi un break», ma sta già pensando al prossimo viaggio. Sul suo mondo afferma: «Bisogna lavorarci dentro le Ong per capire pregi e difetti, e bisogna vedere tante missioni, non è facile. Le polemiche si riaccendono ogni volta, ma la verità è che noi sappiamo fare il nostro lavoro, e lo facciamo con passione. Ci sono dei rischi, ma non per questo non devi affrontare le missioni».

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