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”Non abbiamo una bara su cui piangere

”Non abbiamo una bara su cui piangere Le scuse di Obama? Ci restano solo quelle”

La famiglia di Giovanni Lo Porto: “Diteci la verità”
”Non abbiamo una bara su cui piangere Le scuse di Obama? Ci restano solo quelle”
Vogliono il corpo di Giovanni. O quel che ne resta. Il dolore è troppo forte. Giusi, la madre del cooperante ucciso nel raid americano in Pakistan, non si dà pace. Va bene le scuse di Obama, va bene le telefonate di cordoglio di Renzi, Grasso e Boldrini, ma la famiglia vuole una tomba dove poter piangere il loro “Giancarlo”, così chiamavano Giovanni Lo Porto i suoi cari. Giuseppe, uno dei fratelli, ha affidato all’Ansa quello che suona come un appello: “Sono passati tre mesi dal raid americano, non so come sarà il corpo di mio fratello, se esista ancora. Qualsiasi cosa sia rimasta, anche un occhio, noi ne chiediamo la restituzione”. La famiglia lo ha chiesto alla Farnesina. “Penso che il governo prenderà come missione quella di riportare il corpo di mio fratello” dice Giuseppe, che ringrazia il ministero degli Esteri per la presenza costante durante i tre anni del sequestro. Ma adesso la famiglia vuole sapere la verità. “Qualcuno dovrà darci delle spiegazioni, gli Stati Uniti hanno sbagliato ma non se ne possono uscire con delle scuse”, protesta Giuseppe. Perché, “qualcosa sarà andato male, di certo”, insiste il fratello del cooperante, “se Obama, il presidente della potenza mondiale per eccellenza, ha chiesto scusa, qualcosa sarà andato storto”. “E comunque a noi restano solo le scuse. Se non c’era – aggiunge – il raid con i droni mio fratello, non moriva. Di certo non è una cosa facile che un presidente Usa chieda scusa”. E assieme a Giuseppe è l’intera famiglia a reclamare verità e lo fa con un messaggio: “Siamo devastati dal dolore, senza parole e senza una bara su cui piangere. Non capiamo i come e i perché della sua morte ma pretendiamo che il governo faccia ora completa chiarezza sulla vicenda”. A leggere il messaggio è la cognata Giovanna Piazza, davanti al portone del palazzo di via Pecori Giraldi a Palermo dove abita la madre. Con lei anche Daniele Lo Porto, uno dei fratelli di Giovanni, che vive a Pistoia e che da ieri è tornato nella sua città. “Siamo stati rassicurati dalla Farnesina e aspettavamo con fiducia il suo ritorno ed ora si scopre che i fatti erano diversi. Giancarlo poteva e doveva essere liberato. Che fosse in quella zona era chiaro a tutti. E quindi l’uso di droni metteva a rischio la sua vita – continua il messaggio – La sua morte non è stata un semplice errore la sua salma ci deve essere restituita”. E “il discorso del ministro Gentiloni davanti a un aula semideserta ha ingigantito nostro dolore”, scrive la famiglia. Giuseppe aggiunge: “Da cittadino italiano posso solo dire che è stato vergognoso assistere a un’aula del Parlamento semivuota, con appena 40 persone che litigavano tra loro. Mi vergogno di essere italiano. All’estero che immagine diamo di questo Paese? Facciamo ridere”. La famiglia chiede “una commemorazione ufficiale”, considerandola “un atto dovuto”. E ai giornalisti chiede “di rispettare il nostro dolore” e “di seguire il lavoro della magistratura e delle istituzioni”. I parenti del cooperante ucciso hanno affisso sul muro dell’abitazione una foto ingrandita che ritrae Giovanni con la scritta “vive sempre con noi Giovanni”. Anche oggi nel modesto palazzo di otto piani alla periferia della città è stato un via vai di amici e parenti.

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