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La sfida umanitaria dei cooperanti siciliani

La sfida umanitaria dei cooperanti siciliani ”Pericoloso? Più importante fare del bene”

Il racconto dalla “fine del mondo” di Carolina, Michele e Giuseppe
La sfida umanitaria dei cooperanti siciliani ”Pericoloso? Più importante fare del bene”
Tutti hanno da raccontare un episodio in cui la loro incolumità è stata messa seriamente a rischio. Eppure tra i tanti siciliani che si occupano di cooperazione internazionale e volontariato non c’è uno solo che vi dirà: «Basta, è troppo pericoloso». Anzi quegli episodi sono quasi rimossi. Loro vivono aspettando di ripartire. Quello che li attrae, come una calamita invisibile e potentissima, è ben altro. Prendete Carolina Migliorino che per la laurea si è “regalata” un viaggio in Africa: «Perché sono partita? Alla base c’è la curiosità di conoscere posti e culture nuove. Subito dopo la mia laurea sono andata in Tanzania. Ho fatto l’assistente sociale internazionale. Poi – racconta la ragazza, originaria di Raffadali ma che vive a Palermo – sono stata anche in India e in Ecuador. In Africa ci siamo occupati di bambini abbandonati e di adozioni internazionali, ma anche di microcredito per le ragazze madri, in Ecuador per un anno ci siamo occupati di ragazzi di strada o tossicodipendenti». «Se questo – sottolinea Carolina – mi ha cambiato la vita? Altro che se lo ha fatto. Ora vedo le cose diversamente. Si dà valore ad altro. Le altre culture sono un punto di vista da cui prendere il meglio, è uno scambio. Nei Paesi in via di sviluppo la gente è felice con niente». Carolina Migliorino ha anche avuto dei moT menti in cui è stata in pericolo: «Sì, in India e in Ecuador. Ma tutto è andato per il meglio». C’è anche chi, come Michele Giongrandi, catanese, responsabile della Ong Cope, si è trovato nella Guinea Equatoriale nei giorni del colpo di Stato: «Ci tennero alcuni giorni in una caserma, ma poi ci lasciarono andare. Dai, nulla di che... ». «Non c’è un solo motivo perché si sceglie di fare il cooperante – spiega ancora Michele Giongrandi –. Si può fare per fede, per scelta laica, per mettere al servizio del prossimo la propria conoscenza tecnica. In trent’anni ne ho visti e conosciuti tanti, ma vi assicuro che la spinta non è mai economica. Io vado fiero di avere contribuito in Tanzania a far sì che un gruppo di donne creasse delle cooperative che ora permette loro di realizzare abiti alla moda». Poi c’è anche Giuseppe Pisano, di Siracusa, una vita in giro per il mondo. Se dipendesse da lui ripartirebbe subito: «Sono stato per otto anni in Brasile e per altri tre anni in Argentina, dove lavoravamo nelle periferie di Buenos Aires quando il vescovo era Bergoglio. Ne parlavano bene già allora». Anche Giuseppe può raccontare di quella volta in cui la sua vita fu a rischio: «Subii una rapina, mi puntarono una pistola. Quando è così non sai mai cosa può accadere. Ma è andata bene e comunque c’entrava poco con la cooperazione». Lui a Brasilia prima e Recife dopo si è occupato di violenza di strada: «Il progetto riguardava diritti umani e il dilagare della violenza. Abbiamo formulato delle proposte per cercare di arginarla. Il Brasile non è di certo una zona di guerra ma ci sono luoghi dove, ve lo assicuro, la violenza è quotidiana. Ma ancora oggi penso a quanto sia cresciuto incontrando quella gente».

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