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Pozzallo, la porta dell’immigrazione

Pozzallo, la porta dell’immigrazione ”Ma l’accoglienza non ci dà il pane”

Il reportage dalla capitale del 1° Maggio dei sindacati

Pozzallo, la porta dell’immigrazione ”Ma l’accoglienza non ci dà il pane”

POZZALLO. Qui la cosiddetta industria dell’accoglienza «il pane non lo dà proprio». Ma nemmeno gli effetti collaterali: non c’è il fantasma di “Mafia Capitale”, a Pozzallo. Nel turno del pomeriggio, fra quelle ringhiere grigie addossate al porto, nel posto dove dentro ci stanno i migranti – tecnicamente: Cpsa, Centro di primo soccorso e accoglienza – lavorano, al netto delle forze di polizia, quattro operatori.

 

«Siamo in una situazione di calma, non lo vorrei quasi dire», sussurra il direttore del centro, Angelo Zaccaria. «Una scampagnata, per chi è stato abituato anche a gestire 400–500 persone». Ci fa davvero piacere che le chiami persone (anche se c’è chi giura, smentito con minaccia di querela dalla Questura, che proprio mentre parliamo col direttore gli “ospiti” del centro vengono sedati a colpi di corrente elettrica), così come ci colpisce un’altra parola: scampagnata. Che apre l’orizzonte sul secondo motivo per il quale facciamo un tour nella città di Giorgio La Pira: Cgil, Cisl e Uil hanno scelto Pozzallo come piazza nazionale del Primo Maggio. Scusate, è politicamente scorretto chiamarla scampagnata – e questo è chiaro – eppure sarà una colorata invasione di migliaia di persone per la Festa del lavoro.

 

Diciamocelo sottovoce: la triplice aveva scelto Lampedusa, ma «per motivi tecnici», spiegano i leader nazionali, sottointendendo i costi e le difficoltà di raggiungere l’isola, hanno dirottato su Pozzallo. Migranti e lavoro, da La Pira a Camusso, festa in piazza e crisi nelle famiglie, accoglienza e legalità. I temi e le suggestioni sono tali da far girare la testa, quasi quanto la bellezza di piazza delle Rimembranze. Una linda bomboniera costellata di palme, che sembra volersi stiracchiare sull’imponente sobrietà di Torre Cabrera facendone il trampolino per un tuffo in quel mare pluribandierato per pulizia e qualità dei servizi. Da dove cominciamo? Un assist ce lo fornisce un signore siriano appena sceso da un suv Mercedes con targa scandinava. Ma che fa a Pozzallo? «Aspetto... ».

 

Aspetta un suo connazionale, magari uno di quelli sbarcati con uno yacht, pagando 8.500 euro a testa per la traversata, mentre nel Canale di Sicilia si contavano i 700/950 morti nel barcone. Un’élite, la punta di un iceberg di miseria e disperazione. Magari non c’entra. Eppure è proprio di ieri la notizia della condanna in Assise a Siracusa di 20 somali (altri 22 già in carcere nella stessa inchiesta della Dda di Catania) residenti in Italia come rifugiati politici, per traffico di immigrati. E indovinate da dove sono partite le indagini? Dall’esame, compiuto dalla Mobile iblea, del traffico telefonico di utenze cellulari di migranti transitati a Pozzallo. Un’organizzazione criminale transnazionale che assicurava, con profumate tariffe, l’ingresso illegale in Italia, sotto falso nome, da Grecia, Kenya e Somalia, garantendo ai clienti l’arrivo nei Paesi europei desiderati (Olanda, Inghilterra e sopratutto Svezia, Norvegia e Finlandia) con documenti sanitari e di identità “in regola” per ottenere i visti di ingresso. Pozzallo crocevia dell’immigrazione clandestina? Magari non è proprio così. Ma l’essenza stessa del Cpsa (25.500 presenze nel 2014) lascia la legittimità del dubbio.

 

«Qui dentro i migranti dovrebbero stare 72 ore e al massimo stanno cinque giorni – ricorda il direttore Zaccaria – ma spesso non vogliono farsi identificare, soprattutto i siriani e i palestinesi, e talvolta dopo che ottengono il foglio di uscita provvisoria, con l’obbligo di rientrare in serata, poi non tornano». L’ultimo conteggio, di domenica mattina, è di altre dieci persone sparite. E magari salite in una delle auto di amici e parenti appostate fra il camping e il lungomare. L’accoglienza è corruzione, come dimostrano altre vicende capitoline con protuberanze sicule? Non proprio, ma pure qui la magistratura ha messo le mani sulla gestione del centro. La Procura di Ragusa ha ipotizzato le ipotesi di reato di truffa aggravata, peculato, abuso d’ufficio e malversazione, passando al setaccio gli ultimi cinque anni di gestione. Tutto partì dal ritrovamento, da parte della Guardia di finanza, di materiale (pasti e materassi, ma non solo) destinato e registrato al Cpsa ma buttato altrove. Indagini che non toccano il Consorzio Gruppo Luoghi Comuni di Acireale, affidatario dei servizi di prima accoglienza dal 2 dicembre 2014.

 

Un contratto aggiudicato a un prezzo molto più basso (da 80 a 28 euro) rispetto al passato e che adesso è in scadenza. «Il 30 aprile apriremo le buste per la gestione di maggio e giugno – ricorda il sindaco, Luigi Ammatuna – in attesa della gara per la gestione triennale che partirà in luglio». E quindi il 1º maggio, a Pozzallo, oltre che il giorno del raduno nazionale dei sindacati, sarà anche il primo convulso giorno della nuova gestione, seppur momentanea. C’è da alzare le antenne? «Magari non ci sono le distorsioni che ci sono altrove – certifica Nicola Colombo, segretario della Camera del lavoro di Ragusa, pozzallese doc – ma certo non si assume senza santi in paradiso.

 

Solo che qui il sindacato non baratta il lavoro con l’illegalità». Chiarissimo. Ma cosa resta nell’economia locale della macchina dell’accoglienza? «Adesso ben poco», ammette sconsolato Ammatuna. Ricordando che «fino a poco tempo fa al centro lavoravano, fra diretto e indotto, un’ottantina di persone pozzallesi». Un impatto bruscamente calato: nella struttura lavorano, ci dice il direttore, «dalle 20 alle 90 unità in base al tasso di riempimento», ma «la nuova cooperativa utilizza personale proprio portato dal Catanese – annota il sindaco – e pure l’acquisto di generi di abbigliamento e pasti avviene fuori dal nostro comune». Certo, ognuno – nella libertà di mercato – può rivolgersi a chi vuole, ma in paese resta un po’ di amaro in bocca. Ecco, un nesso fra la piazza della Festa del lavoro e l’hangar del porto è questo.

 

«L’accoglienza non ci dà il pane, anzi per colpa di qualche scellerato all’esterno arriva un messaggio distorto – denuncia il primo cittadino – che ha provocato un calo delle presenze turistiche di una località che punta tutto su mare, cultura e qualità della vita. L’anno scorso chiamò uno per disdire la prenotazione: “Non voglio fare il bagno fra i cadaveri di clandestini”, disse all’albergatore. Ma vi rendete conto? ». Ammatuna si dice «orgoglioso comunque di essere il sindaco di un comune–simbolo dell’accoglienza e della solidarietà», anche se «il saldo dell’accoglienza è negativo e con le medaglie non riesco a dare risposte a chi bussa alla mia porta perché non può pagare la bombola del gas o l’abbonamento per l’autobus per il figlio che studia a Ispica». In effetti la crisi c’è e si sente. E non soltanto in municipio, per quei 30–40 milioni di debiti stimati dall’opposizione e per quelle 20 «criticità» certificate dalla Corte dei Conti. Circa attività chiuse in un anno, il polo industriale a servizio del porto in ginocchio, una pesca che è solo esercizio letterario, «perché qui ci sono i marittimi, come dimostrano le centinaia di iscritti al Nautico, solo che i marittimi studiano e vanno via in cerca del loro futuro», dice Colombo. Che ha il cognome di mezza Pozzallo («l’altra metà si chiama Ammatuna»), pur distinguendosi per essere un raffinatissimo uomo di cultura, prima ancora che un battagliero (ex?) politico e sindacalista. Ci mostra la foto di Pietro Ingrao col fratello di La Pira; intanto corregge le bozze di due mostre da accoppiare al comizio del 1º Maggio e legge i dispacci romani sull’organizzazione dell’evento: un gazebo qua, un altro là. Sospira.

 

E contro il logorio dei tempi moderni sfodera una realpolitik sindacale ma ottimista: «Il bicchiere è comunque mezzo pieno». Perché «siamo fieri di essere un paese aperto ai migranti e di lanciare a tutta l’Italia i messaggi di speranza e di coinvolgimento in un mare di pace». Pozzallo, «paese di emigrati e di migranti, che dà il senso dell’approdo e dell’abbraccio, laddove in ogni famiglia c’è almeno un marinaio». La Pira, sempre e comunque. Orgoglio talvolta impolverato, qui. Ma strombazzato, nel novembre del 2012, nel comizio dell’allora ambiziosissimo sindaco di Firenze. «Io sono di casa a Pozzallo, a cui mi legano i ricordi della mia tesi di laurea sul mio predecessore a Palazzo Vecchio: La Pira è la mia stella polare, che mi orienta tutti i giorni». Così parlò Matteo Renzi. Nella stessa piazza dove Daniele Scolaro (29 anni) e Roberta Rosa (22) hanno scommesso il loro futuro: un bel bar techno–chic. «Abbiamo aperto e da due anni lottiamo contro la crisi, che si sente anche in estate. Resistiamo, non abbiamo camerieri e facciamo tutto da soli, aspettando che anche qui arrivi la ripresa».

 

Un primo segnale potrebbe essere il “Pil” della piazza del 1º Maggio, che Daniele stima in «almeno cinquemila caffè». Nella stessa piazza in cui venerdì parlerà, tra gli altri, l’odiata Susanna Camusso. Con un “contorno” evitato dal niet di Prefettura, Questura e Comune: «Forza Nuova voleva fare una contro–manifestazione – rivela il sindaco – e gli è stata negata, qui non è Roma che abbiamo piazze per tutti». Ma Ammatuna teme che «qualche cane sciolto voglia rovinare la festa, anche se la Digos è già in allerta». Si lamenta che «in paese però qualcuno non ha capito l’importanza dell’evento, se mi chiedono un’ordinanza di chiusura delle attività commerciali proprio nel giorno del pienone». In effetti in paese un po’ di confusione c’è. Due, finora, le certezze: 100 pullman in arrivo e niente concertone. «Per rispetto delle memoria delle ultime vittime nel Mediterraneo», dice Colombo. Che annuncia «il lancio di centinaia di garofani rossi sul mare». Ma l’altra metà di Pozzallo – cioè Ammatuna – ribatte ironico: «Non capisco perché il concertone lo fanno a Roma, a Taranto e a Siracusa e proprio a Pozzallo no... ».

 

E allora lui che fa? Organizza un concertino a sue spese: «Ci sarà l’Orchestra Italiana di Renzo Arbore», annuncia. Ammatuna e Colombo. Come Capuleti e Montecchi, come Don Camillo e Peppone. A Pozzallo, ‘a Puzzadda–’a Puzzadda, come lo chiamano qui con un simpatico tic nel raddoppiare le parole. Patria di La Pira, renziano ante litteram. E nuova frontiera di disperati. Con o senza yacht.

twitter: @MarioBarresi

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