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Catania, vendevano esami all’Università

Catania, vendevano esami all’Università Due dipendenti condannati e licenziati

Il Gup ha inflitto 6 anni e 8 mesi a Caruso, 5 anni e 8 mesi a Sessa

Inserivano esami mai effettuati in cambio di 250 euro
Catania, vendevano esami all’Università Due dipendenti condannati e licenziati
Tra l’ottobre e il dicembre del 2013 si sono “venduti” venti esami di Medicina. Ora per i due impiegati dell’Università di Catania è arrivata la condanna in primo grado emessa, al termine del processo celebrato col rito abbreviato dal gup del Tribunale etneo Alessandro Ricciardolo. Si tratta di Giovanbattista Luigi Caruso che è stato condannato a sei anni e 8 mesi e di Giuseppe Sessa, al quale sono stati inflitti 5 anni e 8 mesi otto, dipendenti dell’Università di Catania Facoltà di Medicina. Per loro l’accusa è di falso in atto pubblico, corruzione ed accesso abusivo a sistema informatico. L’inchiesta della Guardia di Finanza di Catania e coordinata dalla Procura etnea aveva fatto emergere un vero e proprio commercio di esami. Le indagini aveva infatti subito permesso di acquisire elementi sui due impiegati che avevano favorito due “studenti” di Medicina (per i quali il procedimento penale sta proseguendo con il giudizio ordinario) dei quali era stata falsificata la documentazione universitaria e inserito nell’archivio informatico dell’Ateneo la registrazione di materie di cui non era mai stato sostenuto il relativo esame. In tutto venti esami, 19 per uno “studente”, uno solo per un altro “studente”. In cambio avrebbero incassato 250 euro ad esame, consentendo peraltro ad uno degli studenti di conseguire la laurea in medicina e dunque il possibile accesso alla professione medica. Carusso e Sessa sono stati dichiarati colpevoli di tutti i reati per i quali la Procura di Catania li aveva indagati ad eccezione dell’accesso abusivo a sistema informatico, dal quale sono stati assolti con la formula il fatto non sussiste. Il Gup li ha anche interdetti in perpetuo dai pubblici uffici e ha dichiarato estinto il rapporto di impiego dei predetti con l’Amministrazione dell’Università.  

Il Rettore: «gravità sociale dei reati contestati»

«L’entità delle pene nella sentenza di primo grado evidenzia la gravità sociale dei reati contestati» ha detto il rettore di Catania, Giacomo Pignataro, sulla sentenza che ha condannato i due impiegati dell’ateneo. «Pur nel rispetto della presunzione di innocenza dovuta agli imputati sino al passaggio in giudicato - aggiunge il rettore - l’Ateneo prende atto del dispositivo emesso dal giudice per le indagini preliminari, davanti al quale il processo si è celebrato col rito abbreviato, e ricorda di avere tempestivamente operato per stroncare questo deplorevole episodio di falsificazione annullando i titoli conseguiti abusivamente, trasmettendo gli atti all’autorità giudiziaria e costituendosi per il risarcimento dei danni prodotti dal reato. Diritto al risarcimento che è stato riconosciuto dalla sentenza e che sarà successivamente quantificato».   «L’Università di Catania - ha concluso Pignataro - ribadisce, inoltre, che i meccanismi di verifica del sistema informatico sono tali da consentire l’individuazione delle responsabilità dei singoli operatori, garantendo in ogni momento un efficace controllo delle carriere degli studenti».

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