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Tra fisco e fiaschi viaggio a Milo, il “buen retiro” di Dalla e Battiato

Tra fisco e fiaschi viaggio a Milo, il “buen retiro” di Dalla e Battiato

L’aria che tira in paese dopo la chiusura del panificio per un’evasione di 8,30 euro

Tra fisco e fiaschi viaggio a Milo, il “buen retiro” di Dalla e Battiato

MILO - «I candidati sindaci? Unu è tintu e l’autru non servi». Il livello di liscìa, qui in piazza Belvedere, all’ombra dei tigli, è alto. Milo non è Cortina e il blitz della Finanza che ha punito l’unico panettiere del paese per non aver emesso quattro scontrini (in quattro anni) per complessivi 8, 30 euro, molto probabilmente non finirà sui tg nazionali. «Certo, non siamo Gino Paoli o Valentino Rossi che evadono il fisco e poi si mettono d’accordo», ironizza il cognato del panettiere che fa sapere come la visita della Finanza se l’aspettavano. «Abbiano voluto inscenare lo stesso questo piccolo atto di protesta. Comunque, 688 euro di sanzione bastavano, farci chiudere ha creato disagi soprattutto agli anziani».  

 

Ma a Milo, in questo momento, hanno altro da pensare: le elezioni amministrative. Almeno sulla carta. Perché a passeggiare per le strade del paese, si vedono a stento due manifesti elettorale, attaccati ai muri. E senza facce di candidati. Tantomeno quelle dei due Alfii (Cavallaro, sponsorizzato dal sindaco uscente Giuseppe Messina e Cosentino) aspiranti primi cittadini. Forse che alle 800 anime di Milo, “città del vino (l’Etna Bianco superiore doc ndr) e della musica”, celebrato buen retiro di Franco Battiato e della buonanima di Lucio Dalla, non importa nulla di chi sarà il nuovo sindaco? No, in realtà è che qui non si tratta di votare uno schieramento (nella fattispecie la “macedonia” pressoché speculare di due liste civiche), si tratta di non deludere il parente. Tra cugini, zii, cognati e amici, il rischio è quello che la zia ti tolga il saluto se non voti per suo marito. «Ci sono famiglie che si stanno spaccando», è il timore tra il serio e il faceto di un produttore di miele.  

 

Allora proviamo a chiedere cosa manca a questo paese o, meglio, cosa dovrebbe essere Milo per i prossimi trent’anni. Il punto è proprio questo. «Mi piacerebbe che Milo avesse un progetto di marketing territoriale che duri non per il tempo di una sindacatura, ma che vada oltre, per i prossimi trent’anni». Andrea Patanè, 24 anni, studi di economia aziendale a Milano, ha le idee chiare «Noi siciliani - ammette - dobbiamo fare un po’ di autocritica. Abbiamo la capacità, abbiamo le potenzialità, manca un po’ di autoimprenditorialità, dobbiamo sapere sfruttare le occasioni che ci si parano di fronte e non aspettare che l’occasione ci arrivi dall’alto quello che ci arrivino dall’alto».  

 

Arriva un gruppo di eco-turisti inglesi accompagnati da Fabio Bonaccorsi: «Veniamo da una camminata di 6 ore sopra sopra Piano Provenzana a 2.000 metri. I turisti rimangono stupiti da tanta bellezza, poi di fronte alle schifezze ti chiedono “perché” e non sempre sai cosa rispondere... ». Ma perché un turista dovrebbe venire qui a Milo? Cosa gli offrite? «L’aria, il panorama, la simpatia... ». Bellissime cose, ma bastano? «I B&b non mancano, i turisti nemmeno, soprattutto inglesi e francesi. Mancano le infrastrutture - sostiene Corrado Torrisi, imprenditore agricolo (fa parte di un’associazione che punta a riportare in vita coltivazioni fortemente caratterizzanti il territorio, come gelsi e ciliegie). Milo ha un territorio molto vasto e si potrebbe costruire rispettando l’architettura tipica del paesaggio, come si faceva una volta». «Non sono d’accordo - contesta Marco Patanè - meglio l’albergo diffuso e il recupero dell’esistente. Bisogna cambiare filosofia all’edilizia, la cementificazione privata non può essere l’unica strada».  

 

Qualcuno ricorda la Vinimilo dei tempi d’oro «quando il pane per i panini con salsiccia e caliceddi lo facevano le nonne a casa. Oggi è tutto uno scimmiottare l’Ottobrata che è diventata solo una fiera». Fate una proposta al sindaco che verrà. «Riportiamo la Vinimilo sui suoi binari originari, ovvero quelli in cui erano le stesse famiglie del paese a gestire gli stand e preparare la roba da mangiare. Oggi ci vogliono attestati Haccp, registri fiscali, licenza per la gastronomia e il rischio è che qualcun’altro con questi requisiti venga a fare la sua fiera a casa nostra. Il turista che viene qui vuole il vino dell’Etna, la salsiccia e i caliceddi, i porcini, i “ciciri”, le fave, il pesce stocco. Insomma un turismo enogastronomico unico che farebbe incontrare sia gli appassionati del cibo di strada che quelli dei piatti gourmet».

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