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Sentenza Lombardo, i tre fogli che cambiano (quasi) tutto

Catania. Il microfono. Quel maledetto microfono. Gracchia. Ma non amplifica. «Cos'ha detto, c'è l'aggravante mafiosa?». No, sì, boh. «Non s'è sentito». E non è un dettaglio. In quel famigerato «articolo 7» c'è tutto dentro. Sì, perché qui - al terzo piano, nell'aula della Terza corte d'Appello - non è più cosa di bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Dentro o fuori. C'è la storia degli ultimi 10 anni di Sicilia. Ché poi è scrivere una narrazione o cancellarla; eternare un fatto o ammettere che non è vero; sottolineare con l'evidenziatore giallo o sbianchettare con qualche sbavatura.

«Assolto perché il fatto non sussiste». Lui, Raffaele Lombardo - l'ex concorrente esterno all'associazione mafiosa, che da ieri pomeriggio non lo è più - viene dichiarato innocente dal reato più infamante. Ma in contumacia. «Ho già ricevuto una schioppettata assistendo alla prima sentenza, non ne voglio un'altra e non sarò presente alla lettura», dice a mezzogiorno prima di lasciare piazza Verga.
Quando, alle otto meno un quarto della sera, la presidente Tiziana Carrubba comincia a leggere la sentenza, l'ex uomo più potente della Sicilia è a casa con moglie e figli. In aula, impermeabile beige sopra un cachemire a rombi, c'è il fratello e co-imputato Angelo. Un lampo di gioia, negli occhi a fessura. Una pacca al figlio, la faccia che diventa paonazza.

Dirà, poco dopo, l'ex presidente della Regione: «Per me è finito un incubo. Non ho mai avuto niente a che fare con la mafia e la sentenza di assoluzione dal concorso esterno, perché il fatto non sussiste, lo conferma».
La sentenza non è finita. Si ascolta senza sentire; si prova a leggere il labiale, a smorfiare. In attesa che qualcuno procuri il dispositivo. Carta canta, anzi canterà. Ma prima verba volant, per quel microfono sfiatato. «Condannato a due anni, pena sospesa». E fin qui ci siamo. «Esclusa l'aggravante dell'articolo sette». Questo sì, l'ha detto. Esclusa da cosa? Il cuore prevale sul codice. «Esclusa, esclusa». Qualcuno chiama Lombardo al cellulare, allo stesso numero di sempre, quello dei 350mila contatti telefonici in sette anni. Lui ascolta la buona novella narrata con palpitazione. Ma non ci casca. Perché ormai - colpa di Darwin - l'ex imperatore autonomista è un Ogm. Anzi: una figura mitologica. Col corpo squamato da scartoffie giudiziarie e la testa d'avvocato. Il miglior Avvocato del Diavolo. Cioè di se stesso. «È impossibile che sia caduta l'aggravante, perché se no il reato di voto di scambio semplice sarebbe prescritto», dice ai suoi.

Sono attimi frenetici. In cui, da letteratura processuale, immaginiamo Don Raffaele che smozzica Muratti morbide senza fumarle. Gli avvocati restano nel limbo. «Lombardo con Cosa Nostra non c'entra alcunché: è questo quello che dice la giustizia in forma collegiale», dice Alessandro Benedetti. «Dovremo leggere le motivazioni, ma qui bisogna ancora aspettare il dispositivo», frena Salvo Pace.

Eccolo: tre fogli. C'è l'aggravante del voto di scambio. Non nel metodo , ma nel fine: favorire Cosa nostra. L'imputato, appena l'Ansa rilancia il dispositivo, non la prende bene. «Non è vero, ma ci credo», magari aveva pensato. E invece è vero. Dunque Lombardo deve dirsi «sicuro che riuscirò a dimostrare la mia innocenza anche per il reato elettorale». Perché - e qui viene fuori l'orgoglio dell'animale politico - «nessun governo della Regione ha nuociuto agli interessi della mafia come quello che ho avuto l'onore di presiedere».

Il bianco diventa nero e il nero si fa bianco. L'effetto è grigio. Prima condannato e ora assolto per mafia; prima assolto e ora condannato per voto di scambio, ma con quasi il minimo della pena. «Un equilibrismo politico-giudiziario», sussurrano i suoi pretoriani.

Alle nove, comunque, il potente assolto può, quasi sottovoce, esultare: «Sono contento più che me, per i miei familiari e per le persone a me vicine, a cominciare dai miei difensori». E dire che di amici, in quest'aula di tribunale, ce ne sono ancora. Spiccioli d'anima, rispetto al forziere di carni di via Pola. Pochi, ma buoni: Pippo Reina, Santo Castiglione, Angelo Sicali, Mario Di Mauro, Franco Calanducci e Ciccio Judica, i più noti. E, seduto in prima fila, come in ognuna delle decine di udienze di un infinito processo abbreviato, c'è un operaio del consorzio di bonifica etneo. Sempre presente, «perché Raffae' ha fatto del bene alla Sicilia» e poi «quando c'era lui io facevo 151 giorni e oggi ne faccio 51...».

Infine, le pene accessorie. L'interdizione perpetua dai pubblici uffici viene ridotta a due anni; ma Lombardo non potrà votare né essere votato per sette anni. «Ci vogliono bloccare per le Regionali e per le Politiche - smozzica un fedelissimo all'uscita del tribunale - ma ora che è stato assolto per mafia siamo più forti e torneremo». Ma niente, ormai, è più come prima. La storia, stavolta, non la scriveranno i vincitori; perché forse non ha vinto nessuno. Né saranno i semi-condannati, seppur non più contigui a Cosa Nostra, a poterla scrivere. Soprattutto se è una storia né bianca né nera. Un magma grigio di mafiosi, mezzi mafiosi e mafiosicchi.
Twitter: @MarioBarresi

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