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Marco Minniti: «Il Califfato vuole conquistare il mondo»

Marco Minniti: «Il Califfato vuole conquistare il mondo»

Il sottosegretario ospite alla Scuola di Eccellenza di Catania

Il sottosegretario ospite alla Scuola di Eccellenza di Catania
Marco Minniti: «Il Califfato vuole conquistare il mondo»
CATANIA - «E’ una guerra totale perché loro vogliono conquistare il mondo. Chi vince e chi perde, non c’è alcuna possibilità di mediazione», dice Marco Minniti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega per la sicurezza (imponente il servizio d’ordine, controllate con il metal detector tutte le auto, poi l’arrivo del senatore accolto dal rettore Giacomo Pignataro e dal direttore della Scuola di eccellenza Francesco Priolo). «In soli 22 mesi - aggiunge - hanno già preso Palmira e mezza Siria e conquistato Ramadi con una buona parte dell’Iraq. Se due anni addietro avessero chiesto cos’era l’Isis, pochissimi avrebbero saputo rispondere, oggi sono una minaccia in continua tumultuosa evoluzione. Sono in Libia (secondo le agenzie, erano circa 200 un paio di settimane addietro, oggi sarebbero 2000, ndr). Sono in Somalia e se scendono e si collegano con Boko Haram in Nigeria può succedere di tutto. Boko Haram significa “L’educazione occidentale è un peccato”, per questo rapiscono centinaia di studentesse delle scuole cristiane».   Il problema è che non possiamo semplicemente catalogarli come sciiti o come sunniti, combattono al loro interno, in contrapposizione tra di loro, per arrivare al potere. E a spingerli non è la religione, bensì la voglia di conquistato tutto sotto le insegne dell’Is, che una volta si chiamava Isis, cioè Stato islamico dell’Iraq e del Levante, poi hanno accorciato la denominazione in Is, Islamic State, il Califfato onnicomprensivo.   «Non hanno un centro di potere, agiscono quasi di istinto, il blitz a Charlie Hebdo di Parigi, quello in Belgio, quell’altro al museo di Tunisi non sono stati ordinati da un centro unico di comando. Sono delle cellule liquide che si muovono a loro piacimento». Una volta c’era Al Qaida con un centro direzionale, quantomeno ispiratore, e così c’è stato l’attacco alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001, ci sono stati altri attentati, ma oggi è diverso, lo Stato islamico manovra a macchia di leopardo e usa mezzi rudimentali, ma particolarmente efficaci come i Tir riempiti di esplosivo e guidati da kamikaze che fanno da ariete aprendo la strada ai soldati di Allah.   E l’Unione europea che fa? «Finora ha guardato praticamente solo verso l’Est includendo nella sua area molti Paesi ex comunisti e arrivando quasi alle porte della Russia. Ma a questo punto l’allargamento a Est si può dire quasi concluso, impensabile andare oltre, il caso Ucraina è un segnale preciso. E allora è bene che l’Unione europea si dedichi ai grandi problemi del Mediterraneo che in questa fase è tornato ad essere il punto centrale del pianeta, dove tutto accade e tutto può accadere. Guardate che l’Is ha raccolto giovani di 90 Paesi, rappresentano la più grande Legione straniera della storia, ce lo dice la Turchia perché passano tutti da lì (ora c’è un altro percorso: vanno in nave a Tunisi e da lì passano in Libia, ndr). Quel John mascherato con la tuta nera che ha tagliato la testa a un ostaggio parlava inglese, aveva studiato a Londra, era un immigrato di seconda generazione, così com’erano i due fratelli che a Parigi hanno assalito la redazione di Charles Hebdo. Sono i “foreign fighter”, sono nati e cresciuti in Europa. E sono pericolosissimi perché loro conoscono noi, conoscono i bersagli da colpire e sanno come colpirli, mentre noi non li conosciamo».   Scusate la digressione: i corleonesi della trimurti Liggio-Riina-Provenzano conquistarono Palermo uccidendo tutti i loro rivali perché nessuno conosceva le loro facce. In pratica quelli dell’Is stanno facendo la stessa cosa.   C’è dunque la difficoltà di dare una risposta militare, in sostanza i soldati del Califfato combattono, e i Paesi occidentali lasciano fare. Discutono ancora come affrontare la situazione. Non è possibile assistere a questi massacri senza intervenire. Minniti ha detto che bisogna che gli Stati si mettano insieme per fare fronte comune e all’occasione rispondere con fermezza. Ma se non siamo disposti a sparare e a rischiare quale risposta possiamo dare a gente che ammazza e terrorizza gli avversari? I soldati iracheni sono scappati da Ramadi, eppure erano in superiorità numerica. E allora come possiamo vincere questa guerra, con le sanzioni a chi? Certe cose Minniti non le ha potuto dire perché fa parte del governo in un ruolo delicato e in una fase delicata, ma non c’è dubbio che è stato un errore abbattere Gheddafi e che nessuno abbia portato il conto a Sarkozy.   Il sottosegretario alla Sicurezza ha parlato anche delle origini di questa situazione catastrofica. «Dopo la prima guerra mondiale le frontiere del Medio Oriente che fu la culla dell’Umanità vennero tracciate con il righello, senza rispettare tradizioni, culture, popolazioni. Tutto questo ha provocato sentimenti ostili che nei decenni sono maturati e stanno esplodendo con il fenomeno del Califfato». Che l’altro giorno ha detto di «voler comprare la bomba atomica dal Pakistan, con destinazione Stati Uniti», ma più facilmente Israele per risolvere il nodo della Palestina. Chiaramente è un modo per creare panico, terrore, ma teoricamente il rischio c’è.   L’ultima questione Minniti - che ha parlato con intensità emotiva e al termine è stato subissato di applausi - l’ha dedicata alla Libia «che è distante dalla Sicilia circa 350 chilometri e che adesso è il centro di tutto perché è un Paese sterminato, è ricchissimo di petrolio ed è dirimpettaio. Da lì possono partire attacchi ravvicinati. Prendere possesso della Libia in questo momento non è difficile perché non c’è un governo riconosciuto e ci sono bande contrapposte che cercano il potere. Se in Libia (quattro volte l’Italia) dovesse sventolare la bandiera nera del Califfato avremmo le forze del terrore alle porte. E non ce lo possiamo permettere».   E’ stata una lezione molto interessante ed è un piacere constatare che la Scuola di eccellenza di Villa San Saverio - che ha anche molti studenti africani e del Vicino Oriente - presenta ospiti che è doveroso ascoltare.

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