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Cosa nostra travolta dalla crisi economica

Cosa nostra travolta dalla crisi economica ritorna al business del traffico di droga

Palermo, blitz dei carabinieri: 39 arresti / GUARDA IL VIDEO

Cosa nostra travolta dalla crisi economica ritorna al business del traffico di droga

La crisi economica ha messo in ginocchio anche i clan di Cosa nostra che si sono visti “costretti” a operare su un mercato prima “rifiutato” dai boss: il traffico di stupefacenti. I carabinieri del Comando provinciale di Palermo stanno infatti eseguendo 39 arresti, disposti dal gip, nei confronti di esponenti del clan mafioso di Pagliarelli, accusati di associazione mafiosa, traffico di droga, estorsione e corruzione.

 

L’operazione è stata denominata Verbero. Nel corso dell’indagine sono stati sequestrati centinaia di chili di droga. L’inchiesta, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia guidata dal procuratore di Palermo Francesco Lo Voi, ha disarticolato i vertici dei clan di Pagliarelli, Corso Calatafimi e Villaggio Santa Rosalia. E’ emerso che la crisi economica che attanaglia i commercianti palermitani – molti dei quali fanno fatica a pagare il “pizzo” – spinge i boss a tornare al traffico degli stupefacenti, business attualmente privilegiato rispetto al racket delle estorsioni che, negli ultimi anni, ha rimpinguato le casse dei clan e sostentato le famiglie dei detenuti. I carabinieri hanno sequestrato oltre 250 chili di droga. Scoperte, comunque, diverse estorsioni: i commercianti continuano a pagare anche se qualcuno trova il coraggio di denunciare.

 

Un imprenditore, che stava effettuando lavori di ristrutturazione al Policlinico, si sarebbe rivolto agli inquirenti raccontando loro di avere ricevuto una richiesta di pizzo di 500 mila euro. Tra gli altri, in cella, sono finiti i tre nuovi capi del mandamento di Pagliarelli, una sorta di triumvirato che, dopo le decine di arresti degli ultimi anni, tentata di riorganizzare il clan.

 

Tratti in arresto i capi idelle famiglie mafiose di "Pagliarelli", "Corso Calatafimi" e "Villaggio Santa Rosalia", "individuati rispettivamente in Giuseppe Massimiliano Perrone, Alessandro Alessi e Vincenzo Giudice. Raggiunto dal provvedimento restrittivo anche Salvatore Sansone, nipote del capo mandamento di "Pagliarelli", Nino Rotolo, e ritenuto elemento di spicco della famiglia mafiosa di "Uditore". Le indagini hanno "evidenziato la difficoltà di Cosa nostra a esprimere in quel contesto malavitoso una leadership autorevole e unanimemente riconosciuta, con la conseguente esigenza di affidare la gestione del sodalizio a una sorta di "organo collegiale", costituito da tre giovani "uomini d'onore" tenuti al reciproco confronto sulle scelte strategiche", spiegano gli investigatori. Rispetto alle ultime investigazioni svolte su quel territorio "che provarono l'esistenza di una capillare pressione estorsiva esercitata anche nei confronti dei piccoli commercianti, le nuove indagini hanno evidenziato la tendenza al contenimento del fenomeno del pizzo, verosimilmente dovuta alla crisi economica ed al diffondersi degli episodi di reazione da parte delle vittime". "Cosa nostra invece continua a mostrare interesse nei confronti dei grossi appalti, come dimostra il tentativo di estorsione posto in essere direttamente da Perrone, che ha cercato di imporre, all'impresa aggiudicataria dell'appalto per la ristrutturazione dell'ospedale Policlinico "Paolo Giaccone", forniture di materiali e di manodopera oltre che la dazione di 500 mila euro, corrispondente all'1% dell'importo complessivo dei lavori ammontanti a circa 50 milioni di euro", dicono ancora gli inquirenti. "Le attività hanno consentito di costatare un rinnovato interesse verso il traffico di sostanze stupefacenti che il sodalizio, ricorrendo a canali di approvvigionamento piemontesi e campani, era in grado reperire in grandi quantità", spiegano.

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