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”Così hanno blindato l’appalto del Cara di Mineo”

”Così hanno blindato l’appalto del Cara di Mineo”

CATANIA. Gli aranceti della Piana di Catania – nel capitolo primo di “Mafia Capitale” – s’intravedevano appena, seppur con una certa nitidezza. Ma adesso, nella seconda corposissima parte dell’inchiesta romana, i magistrati romani inquadrano con un brusco zoom il Cara di Mineo. Periferico nella mappa geografica, seppur centralissimo in quello che il gip Flavia Costantini definisce un «ramificato sistema corruttivo finalizzato a favorire un cartello d’imprese, non solo riconducibili al sodalizio, interessato alla gestione dei centri di accoglienza e ai consistenti finanziamenti pubblici connessi ai flussi migratori». Il Cara e soprattutto Luca Odevaine.

 

Già in carcere per corruzione aggravata e ieri destinatario anche di un avviso di garanzia per turbativa d’asta dalla Procura di Catania in veste di consulente e poi dipendente del consorzio di comuni che gestisce la struttura di accoglienza per richiedenti asilo di Mineo. Ma soprattutto il collettore dell’«articolato meccanismo corruttivo», in veste di «appartenente al Tavolo di Coordinamento Nazionale sull’ accoglienza per i richiedenti e titolari di protezione internazionale», all’interno del quale – secondo i magistrati – era in grado di «garantire consistenti benefici economici ad un “cartello d’imprese” interessate alla gestione dei centri di accoglienza, determinando l’ esclusione di imprese concorrenti dall’ aggiudicazione dei relativi appalti». E Mineo, in questo contesto, è il caso più eclatante citato nelle 428 pagine dell’ordinanza del gip.

 

«Il bando – afferma ridendo riferendosi alla gara per l’appalto – diciamo che è abbastanza blindato... insomma... non... sarà difficile che possa aggiudicarselo qualcun altro... è quasi impossibile». Ma Odevaine chiama in causa anche Gianni Letta che, quando si decise di aprire il Cara, «fece un piacere a Pizzarotti... dandogli un sacco di soldi... gli pagavano più di 6 milioni l’anno di affitto». La gestione, inoltre, fu affidata «alla Croce rossa direttamente, senza gara senza niente” anche se “costava il doppio di qualunque altro centro in Italia»: 90 euro invece che 45 euro a migrante. Questo perché, è la sua tesi, nella Cri «c’è la moglie de Letta». In realtà, annotano gli investigatori, Odevaine fa probabilmente riferimento a Maria Teresa Letta, sorella di Gianni Letta e vice presidente della Cri.

 

È l’allora capo della protezione civile Franco Gabrielli a volerci vedere chiaro. «Gabrielli mi dice “prenditi ste carte... guarda un attimo perché secondo me sta cosa costa sproposito... fatti i conti perché in caso lo chiudiamo”». E si arriva così alla gara d’appalto vinta, tra gli altri, da La Cascina. Dalla quale arriveranno, secondo l’accusa, le mazzette. In cambio di diecimila euro al mese, poi diventati 20mila, da parte degli imprenditori de La Cascina. La cooperativa (componente dell’Ati, poi divenuto consorzio “Cara Mineo”, che s’è aggiudicato il mega–bando da 100 milioni per la gestione triennale dei servizi) è l’altro anello di congiunzione fra Roma e la Sicilia.

 

Gli investigatori hanno documentato «con certezza» almeno cinque episodi del passaggio delle tangenti dalle mani degli esponenti della Cascina a Odevaine, l’ultimo il 6 ottobre scorso quando l’uomo riceve una mazzetta da 15 mila euro che Parabita gli consegna nella sua abitazione. «Questa volta, una volta nella vita – dice Odevaine in una delle tante conversazioni intercettate – vorrei... quantomeno... non regalare le cose, insomma... almeno io da questa roba qua... visto anche che sto finendo di lavorare in Provincia e quant’altro almeno ce vorrei guadagna’ uno stipendio pure pe’ me». E poi il “tariffario della fedeltà”: «Cento persone facciamo un euro a perso... non lo so, per dire, hai capito? ». «Sinceramente sulla cifra da chiedergli c’ho qualche, cioè non saprei, ti dico la verità, nel senso che su Mineo devono alzare la quota», dice Odevaine al telefono, non sapendo di essere intercettato.

 

Un guadagno che, in una telefonata con il suo commercialista Stefano Bravo, Odevaine quantifica in 50 mila euro: «”ti spiego l’accordo con La Cascina per i prossimi tre... sono accordi che riguardano circa 50mila euro al mese... in teoria io me ne posso anda’ al mare». Il tutto «come... diciamo così... contributo... anche perché qui c’ho... assunta qualche persona... figli de … de dipendenti del ministero... ». Coinvolgere La Cascina nel Cara di Mineo sarebbe stata un’idea di Odevaine, come lui stesso racconta. Portata avanti con l’incontro organizzato tra Giuseppe Castiglione, allora presidente della Provincia e soggetto attuatore del Cara, e «Francesco», probabilmente riferito a Ferrara de La Cascina. «Io questa volta vorrei quantomeno non regalare le cose insomma... almeno io da questa roba qua... in Provincia e quant’altro almeno ce vorrei guadagna’ uno stipendio pure pe me», dice Odevaine. Da qui l’accordo sui diecimila euro poi diventati ventimila.

 

Ma da La Cascina i pagamenti non sarebbero arrivati in modo puntuale. «Non me pagano, non pagano non so più che cazzo fare – si sfoga Odevaine – Non sanno come darmeli, non accettano nessuna soluzione perché sono paranoici, c’hanno paura di tutto perché non vogliono neanche lontanamente possa risulta qualche collegamento tra me e loro». Così il funzionario passa alla contromossa. Ricattando i vertici de La Cascina di «rallentare l’evasione dei pagamenti arretrati, ammontanti a circa 40 milioni di euro, vantati dal Consorzio Calatino terra di accoglienza per la gestione dei servizi di assistenza degli immigrati nel Centro di Mineo». Attraverso la vicinanza vantata con Giovanni Ferrera, a capo del consorzio, che avrebbe poi dovuto pagare il dovuto a La Cascina. Ma La Cascina è anche l’“arma segreta” per le coop che si aggiudicano l’appalto da 100 milioni, ritenuto «irregolare» in due diversi pareri dell’Autorità Anticorruzione di Raffaele Cantone.

Il quale – si apprende ieri da fonti dell’Authority – «ha ritenuto opportuno portare a conoscenza della vicenda direttamente il ministro dell’Interno Angelino Alfano, con una lettera in cui segnala la situazione». Fra le tante anomalie (con una sola procedura si sono affidati servizi molto differenti; non sono stati individuati gli importi a base d’asta per le singole attività in affidamento) ce n’é una ripresa nell’ordinanza del gip, ovvero «l’attribuzione di un punteggio alla possibilità di avvalersi di un centro di produzione pasti entro il raggio di 30 km, da utilizzare in situazioni di emergenza». Un criterio contestato dal Raggruppamento temporaneo d’imprese “Connecting People”, poi escluso dalla gara, del quale faceva parte la “Cot Ristorazione”, poi autrice del ricorso all’Authority. Il tutto “certificato” da Odevaine intercettato il 23 settembre dello stesso anno: «…No, a 30 chilometri deve sta’ da Mineo … (omissis) … e noi quello l’abbiamo messo praticamente per fargli vincere la gara». Sottolineando un certo feeling con il direttore Ferrera: «Ma noi entrambi... siamo noi che... sapemo i... i... cioè lui è il direttore generale ed io sono il direttore delle Relazioni Istituzionali e siamo i due membri del... della Commissione... siamo noi che facciamo il bando per cui... », aggiungendo poi che «si io e lui ci parliamo... perché ci dobbiamo parlare (ride)... no no... ci possiamo parlare.... loro erano qua... diciamo... in incognito... però lui ed io sì... certo... siamo noi che stiamo facendo la gara... anche le gare precedenti le abbiamo sempre fatte lui ed io e... c’è un terzo... che... cambierà in questo caso... in questo caso sarà un ingegnere perché c’è tutta la parte manutenzioni... ». Poi l’appalto. La commissione. L’aggiudicazione. I soldi. Fiumi di soldi. Tutto come previsto.

twitter: @MarioBarresi

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