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Catania, il prefetto Federico e il racket

Catania, il prefetto Federico e il racket ”Lo Stato c’è, denunciare è fondamentale”

Il dibattitto dopo la lettera choc a La Sicilia di un commerciante

Catania, il prefetto Federico e il racket ”Lo Stato c’è, denunciare è fondamentale”

“Quella” lettera ha scosso anche lei. Perché in una città in cui in tanti, diciamo pure in troppi, pagano il “pizzo”, c’è anche chi vorrebbe denunciare e non lo fa per paura. Esattamente come il commerciante che ha affidato il proprio sfogo alla pagine dell’edizione in edicola de La Sicilia, spiegando che si affiderà alle forze dell’ordine e allo Stato soltanto quando avrà certezza che i suoi aguzzini potranno finire in carcere per rimanervi per anni e anni, senza la prospettiva di poter usufruire di chissà quale beneficio di legge per accorciare la propria detenzione.

IL COMMENTO: IL GRIDO DISPERATO, IL DOVERE DI AIUTARE

Un atto di accusa bell’e buono, potremmo dire; oppure il tentativo di mettere lo Stato, sull’argomento “certezza della pena”, davanti alle proprie responsabilità. «In verità – a parlare è il prefetto Maria Guia Federico – non vedo alcun atto di accusa, semmai una dimostrazione di fiducia nei confronti delle istituzioni, alle quali il commerciante si rivolge, seppure in questa forma, sollecitando un inasprimento delle pene per coloro i quali si rendono protagonisti di questo reato tanto aberrante quanto odioso». «Il suo è un primo passo, magari – prosegue il prefetto – mi auguro che ne seguano altri e altri ancora, che portino questo signore a denunciare: la vicinanza degli investigatori, soprattutto in presenza di tale reato, è costante e palpabile. Sia in fase di denuncia sia durante il percorso processuale».

– Eppure, non è un segreto, il numero delle denunce per estorsione nella nostra realtà è davvero basso.

«Non posso che confermare e me ne dolgo, anche alla luce dei risultati che riusciamo ad ottenere. Per questo mi sento di rivolgere un appello ai catanesi che pagano il pizzo: denunciate, perché non sarete mai soli». – Non tutti si dicono certi di ciò. Talvolta il confronto con gli aguzzini arriva violento e inaspettato. Senza contare che poi chi denuncia spera di poter accedere ai fondi per le vittime del racket, ma è costretto a confrontarsi con estenuanti lungaggini burocratiche. «Partiamo dal presupposto che la denuncia è un gesto forte e che non può non avere delle conseguenze. L’alternativa, però, qual è? Lavorare per la criminalità organizzata, che magari alla prima occasione si impadronirà di quell’attività? Oppure iniziare un percorso in cui davvero non si rimane da soli? Io credo che, in questi anni, chi ha denunciato ha pure ricevuto delle risposte. E questo significa che si può e si deve nutrire fiducia nello Stato, nelle istituzioni, in chi si sforza di garantire la legalità. Per quel che riguarda i fondi da corrispondere alle vittime – continua il prefetto Federico – voglio precisare che vengono e devono essere seguite le procedure stabilite dalla legge. Ci sono delle valutazioni che spettano alla magistratura, che deve verificare e certificare la “qualità” dell’estorto e l’entità del danno subìto. Purtroppo non si può nemmeno stare alla parola di chi dice di avere subìto dei danneggiamenti perché vittima del “pizzo”: bisogna accertare ogni cosa. E qui i tempi si allungano. Magari il legislatore troverà modo di intervenire in tal senso e pure per quel che riguarda l’inasprimento delle pene. Al momento, però, noi dobbiamo seguire ciò che ci dice la legge».

– Questo è indiscutibile, ma è anche vero che il cittadino, al di là degli arresti – che sono importanti, eccome – si attende dei segnali anche nel contrasto al racket. Siamo in grado di dargliene?

«Io credo che il cittadino abbia bisogno di segnali – e non è una boutade – da altri settori. E mi riferisco, in particolar modo, a quelli provenienti dal mondo del lavoro, solo apparentemente distante da questo fenomeno. Segnali come quelli relativi all’impegno del prefetto, con risultati positivi, nella questione della Myrmex o dei ricercatori dell’Università di Catania, ma anche in tante altre vicende meno in evidenza che portano la gente a rivolgersi a noi. E noi siamo ben felici di dimostrare la vicinanza dello Stato nei confronti di queste persone».

– Purtroppo non è andata così con la Riela e la Lara, aziende confiscate alla mafia e adesso, purtroppo, entrambe con l’encefalogramma piatto.

«Qui non siamo riusciti ad arrivare là dove speravamo. Le aziende sono in liquidazione e ogni tentativo di restituire le società ai lavoratori, magari attraverso la costituzione di cooperative, è fallito. Con mio grande rammarico». – E questo, sempre a proposito di segnali, non è certo positivo. Ma quanto, tornando al racket, il fenomeno ha pervaso il nostro territorio? «Sarei poco corretta se tentassi di minimizzare. Purtroppo il reato estorsivo rappresenta, al pari del traffico della droga, il reato della criminalità organizzata, l’espressione del metodo mafioso: attraverso l’imposizione del “pizzo” ci si garantisce un potere di controllo del territorio. L’azione di contrasto dello Stato, lo ripeto, c’è, ma serve la collaborazione delle vittime, perché diversamente si rischia di lavorare a lungo e per risultati risibili».

– C’è stato un proliferare di associazioni antiracket negli anni e alcune, a differenza di altre, reclamano contributi per la loro attività. Lo ritiene plausibile?

«Non sta a me dirlo. Io posso soltanto ricordare che sul territorio agiscono, iscritte nel registro prefettizio, quindici associazioni antiracket. Alcune lavorano alacramente e offrono un contributo importante alla causa del contrasto, altre non riescono ad esprimere le proprie capacità». – Durante le celebrazioni del 2 giugno lei ha avuto parole di incoraggiamento e di speranza per i catanesi e per questa città. «Era ed è un augurio di ripresa e di recupero dello splendore di un tempo. Il percorso è lungo e complicato, ma ritengo che i catanesi abbiano nel Dna la voglia, la capacità e l’intelligenza per affrontare questo periodo di crisi e superarlo».

- Si sente di fare un bilancio dei suoi due anni da prefetto in questa città?

«Un’esperienza bellissima e faticosa in una realtà complessa e problematica per le difficoltà legate alla questione economico/sociale e alla criminalità organizzata. Però in questi due anni abbiamo fatto tantissimo per Catania e per la provincia, con spirito di sacrificio e senso del dovere. Non mi sono mai pentita un solo giorno di avere accettato questo incarico e spero di restare ancora a lungo: abbiamo tante cose da fare... ».

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