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L’Agenzia beni confiscati: gestiamo miliardi con un solo dipendente

L’Agenzia beni confiscati: gestiamo miliardi con un solo dipendente

Il prefetto Umberto Postiglione: «Avrei bisogno di 300 persone per poter svolgere un’attività importante come quella che l’Agenzia deve fare e di altre due sedi rispetto alle cinque attuali».
L’Agenzia beni confiscati: gestiamo miliardi con un solo dipendente
ROMA - Sono oltre 11 mila 600 i beni sequestrati e confiscati (i dati sono di maggio di quest’anno) e poco più di 7 mila quelli già destinati: un patrimonio che vale miliardi. Eppure l’Agenzia per i beni sequestrati e confiscati dispone di un solo dipendente. Gli altri 98 vengono in comando da altri enti, ma gli operativi sono solo una settantina perchè circa 30 sono destinati ad attività di supporto (si occupano cioè di personale, trasparenza, rapporti con il pubblico, ecc.), «attività che sono assillo, affanno e malattia della pubblica amministrazione», le definisce il prefetto Umberto Postiglione, che guida l’Agenzia per i beni confiscati dallo scorso anno.   «Io avrei bisogno di 300 persone per poter svolgere un’attività importante come quella che l’Agenzia deve fare - spiega Postiglione - e di altre due sedi a Bari e a Torino. Oggi di sedi ne abbiamo 5, ma al nord ormai il fenomeno delle mafie e delle confische è fortissimo. Quando sono arrivato come presidente dell’Agenzia ho trovato che la sede di Milano era dotata di sole tre persone. Faccio un esempio. La Gabetti, società che opera nel settore immobiliare, dispone di 4 mila persone che lavorano nelle agenzie e 700 dipendenti diretti. Noi facciamo molto di più della Gabetti, dobbiamo interloquire con magistrati, amministrazioni giudiziari, avvocati, disponendo di sole 70 persone, a volte anche meno: alcuni se se ne vanno perché richiamati dall’amministrazione da cui dipendono, altri talvolta per motivi personali. Mi chiedo: ma quando e come è stato misurato il carico di lavoro dell’Agenzia? Vorrei tanto questa misurazione».   Postiglione chiede anche di poter avere personale espressione di tutte le professionalità: non solo operatori delle forze dell’ordine e dipendenti della P. A., ma anche avvocati, commercialisti, tecnici, ingegneri. L’idea su cui batte Postiglione è di fare un lavoro per costruire una dimensione nuova e più concreta di legalità, che sia percepibile dalla gente anche con l’utilizzo dei beni confiscati da parte dei ceti sociali meno abbienti.   In questa ottica, grazie ad un decreto finanziato dal ministero delle Infrastrutture che ha stanziato 18 milioni di euro in tre anni per l’adeguamento di alloggi confiscati all’uso di case per edilizia economica e popolare, sono stati firmati da Postiglione e i sindaci di Napoli e Palermo dei protocolli d’intesa per selezionare alloggi che per metratura e caratteristiche possano essere adatti all’utilizzo di edilizia economica e popolare. «Quando sono arrivato, nel giugno 2014 - spiega Postiglione - a Palermo c’erano 4 mila beni confiscati; ne abbiamo consegnati già circa 1.000, un record, il migliore dato di consegna di beni da quando esiste la legge. Ne rimangono circa 3 mila, molti dei quali presentano problemi, ma il Comune è pronto a recuperare quella parte che è utilizzabile per l’emergenza abitativa e la stessa cosa vuole fare il Comune di Napoli. La stessa operazione va fatta sui terreni tolti alle mafie e spesso gestiti dai giovani: sto cercando di migliorare l’utilizzo questi beni, anche facendo conoscere agli agricoltori le tecniche innovative per i terreni difficili di cui dispone il Cern-Isaform».   Infine Postiglione chiede che la riforma del Codice Antimafia, nella parte che riguarda le misure di prevenzione, preveda che le prefetture si occupino, per quanto riguarda i beni confiscati, dei rapporti di interlocuzione con gli enti locali sul territorio, che l’ Agenzia ha difficoltà ad intrattenere, anche per mancanza di personale. L’Agenzia, in sostanza, dovrebbe dare le informazioni al prefetto sui beni confiscati in via definitiva: la prefettura dovrebbe quindi contattare il sindaco, capire se il comune vuole fare una manifestazione d’interesse e controllare poi l’uso che ne viene fatto una volta assegnato.

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