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Misterbianco: “vampirizzata” dai centri commerciali e colonizzata dai cinesi

Misterbianco: “vampirizzata” dai centri commerciali e colonizzata dai cinesi

Il sindaco: «Ben vengano, investono sul territorio e noi dobbiamo raccogliere la sfida»
Misterbianco: “vampirizzata” dai centri commerciali e colonizzata dai cinesi
MISTERBIANCO - Sole e smog, negli anni, si sono mangiati il cartello che annunciava la “zona commerciale e artigianale di Misterbianco”. Il primo nucleo disordinato di centro commerciale nato su terreni agricoli prima e sulla Statale che porta a Paternò poi, è ormai il fantasma di se stesso spodestato dalla “corona” di mega centri commerciali di nuova generazione che gli girano intorno. Cos’è stato della magnifiche sorti e progressive di un’area che tra gli Anni Ottanta e Novanta aveva attirato i grossisti nazionali soprattutto dell’abbigliamento è presto detto. Cannibalizzata dai nuovi centri commerciali (Centro Sicilia, Entapolis, Katané, Porte di Catania tanto per citare i più vicini), si è buttata tra le braccia dei cinesi, quelli che «grossisti» lo sono davvero, ma nel mondo globalizzato. Le aziende nate qui, quelle siciliane, le poche rimaste, si possono contare sulle dita di una mano. Per il resto, è un lungo inseguirsi di capannoni e depositi con gli ideogrammi cinesi e le lanterne rosse.   Mister White è morta, viva Mister Yellow. Almeno da questa prospettiva, la via Carlo Marx, lo “stradone” lungo il quale si sono costruite storie, fortunate e non, di quel settore commerciale considerato, da sempre, unica (e sola) prospettiva per lo sviluppo della provincia etnea, sotto tutti i tempi e sotto le amministrazioni di ogni colore. Chi ha resistito lo ha fatto perchè aveva ed ha alle spalle aziende solide, perché aveva dietro di sè una tradizione familiare in grado di attraversare le tempeste del mercato e soprattutto, perchè aveva la merce più rara di tutte in tempi di crisi: la competenza. Tutti gli altri sono stati spazzati via. Puniti da una filosofia del saccheggio che non poteva durare, strozzati dal racket in un territorio in cui la mafia ha sempre trovato mucche da mungere o semplicemente perché qualcuno più competitivo ne ha preso il posto. MercatoneUno è solo l’ultima vittima. Il “domenica aperto” che campeggia all’ingresso del parcheggio suona come uno sfottente benvenuto (alla 19 di domenica chiuderà per sempre i battenti e 99 lavoratori resteranno a casa). Misterbianco incassa impotente.   «Ma un Comune che può fare? Se Mercatone chiude è perché arrivano altri più competitivi - allarga le braccia Nino Di Guardo sindaco ora e allora, quando c’era da scegliere sul futuro del territorio - d’altra parte o accettiamo l’economia di mercato oppure finiamo come la Russia».   Ma cos’è successo alla Zona commerciale di Misterbianco? «Semplicemente hanno aperto i nuovi centri commerciali dove ormai è avvenuta anche una mutazione culturale del fare shopping. La gente ci porta i bambini, pranza lì, se ne va al cinema, insomma ci trascorre tutta la giornata».   Ma un piano commerciale non esisteva? «Un Comune non ha capacità di programmazione sul fenomeno commerciale nella provincia: E noi abbiamo fatto i nostri calcoli: a Gravina nasceva “Katané”, a Tremestieri “Le Ginestre”, a Belpasso “Etnapolis”, a San Giovanni La Punta “Le Zagare”. A un certo punto noi avendo un’area tra le due autostrade più importanti, la Me-Ct e la Pa-Ct, l’abbiamo destinata sul prg a zona di utilizzo commerciale.   Ma perché non rilanciare la zona commerciale già esistente? «Intanto quella esistente era tutta frastagliata, i capannoni sono diffusi a macchia di leopardo e sono di misure diverse. Lì (il Centro Sicilia ndr) c’erano 30 ha di terreno, il progetto per costruire una grande struttura e, malgrado l’inizio difficoltoso, domenica scorsa ho verificato anch’io come sia frequentatissimo, c’erano almeno 1500 macchine nel parcheggio».   E tutto questo quanto rende in termini di ricaduta occupazionale? «Non ho una contabilità esatta ma so che ci lavorano molte persone e che con l’Ici che si paga sui vari capannoni il Comune ne trae ristoro».   Ma sulla vecchia zona commerciale avete un progetto? «Siamo in collegamenteo con l’Università, in particolare con un economista, il prof. Rosario Faraci, per realizzare un incubatore d’impresa nell’auditorium Nelson Mandela».   Nel frattempo la vera novità sono i cinesi... «Ben vengano. Hanno realizzato ristoranti, sale di tutti i tipi, attività commerciali. Se non fossero arrivati loro, i titolari di capannoni potevano allevare solo topi. Quando nessuno investe e i cinesi, invece, prendono i capannoni, affittano case, comprano macchine, scommettono sul futuro, perché dovremmo alzare barriere? Io quando esco la mattina presto vedo in giro solo cinesi. E’ un popolo giovane, che ha voglia di lavorare e che lo fa anche per 15 ore al giorno».   Quindi la vecchia zona commerciale sarà sempre più china town? «Dobbiamo accettare la sfida. Certo, non mi rassegno a subire l’azione di dominio dei cinesi, ma sicuramente dobbiamo essere in grado, con l’innovazione e la buona volontà a competere con loro. Il mercato aperto non mi spaventa, queste cose lasciamole a Salvini. Dobbiamo giocare a questi livelli, altrimenti restiamo tagliati fuori».   Il futuro di Misterbianco, quindi, è sempre nei centri commerciali? «Non credo. Questa zona ha subìto una concentrazione di centri commerciali che è una delle maggiori in Europa. Nel giro di 20 km ce ne sono 6-7».   E non sono un po’ troppi? «Certo, ma non si possono mettere le braghe alla storia». Però si può dare qualche autorizzazione in meno... «Su questo, in qualche modo, si sta correndo ai ripari ma i buoi già sono fuori dalla stalla».   E non li avete fatti scappare voi? «Ripeto, Misterbianco non conta. Quella che decide è dà le autorizzazioni è la Regione quindi manca, casomai, una programmazione regionale se non nazionale».   Ma se un privato vuole aprire un’attività commerciale sul vostro territorio qualche autorizzazione dovrà pur rilasciarla il Comune, o no? «Anche. Ma perchè un Comune dovrebbe dire di no se il privato porta un investimento che può significare occupazione? Comunque nessuno più investe nei centri commerciali è già tutto saturo... ».   Nel senso che il territorio è più che saccheggiato?   Non è saccheggiato è attrezzato. D’altra non si può pensare di creare lavoro se non ci sono investimenti. Solo gli investimenti possono creare soluzioni nuove e posti di lavoro altrimenti si muore si chiude».

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