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Palermo, sindacalista indagato «Si autoinviò lettera di minacce»

Palermo, sindacalista indagato «Si autoinviò lettera di minacce»

La Procura di Termini Imerese accusa Vincenzo Liarda (Cgil) di simulazione di reato: i Ris dei carabinieri hanno trovato la sua impronta su una lettera di minacce
Palermo, sindacalista indagato «Si autoinviò lettera di minacce»
Il primo messaggio arrivò nel maggio 2010: una lettera di minacce rese più concrete da due proiettili. Poi Vincenzo Liarda, sindacalista della Cgil protagonista di iniziative antimafia nelle Madonie, ha denunciato un’escalation di intimidazioni: alberi tagliati, fuoco nella casa di campagna, tentativo di incendio dell’auto, polvere da sparo. In una lettera veniva minacciato anche il senatore Giuseppe Lumia, allora esponente del Pd. Nel maggio 2013 è arrivato un avvertimento ancora più esplicito: «Pagherai con la vita per quello che hai fatto». E sei mesi dopo la replica: «Sei un uomo morto». I carabinieri hanno contato 21 episodi, che avevano suscitato le più indignate reazioni politiche e sindacali. Almeno uno però sarebbe frutto di una simulazione. E per questo Liarda è ora passato dal ruolo di eroe antimafia a quello di indagato. La Procura di Termini Imerese, che procede per simulazione di reato, ha ordinato la perquisizione in casa del sindacalista e il sequestro di un computer. I dubbi degli inquirenti, che già riesaminavano con occhio critico la lunga catena di minacce, si sono materializzati quando il Ris ha scoperto un’impronta di Liarda in una delle lettere anonime a lui indirizzate. E non doveva esserci. La moglie l’aveva ricevuta quando il sindacalista non era in casa e l’aveva subito consegnata ai carabinieri. Da un giorno all’altro il fronte antimafia è stato attraversato da nuovi veleni mentre è cambiato lo scenario nel quale Liarda si era guadagnato un posto in prima linea come promotore di una iniziativa per l’assegnazione a una cooperativa sociale del feudo di Verbumcaudo. Alla battaglia, che ha raccolto un consenso politico ampio e trasversale, è stato assegnato un significato emblematico perché si tratta del feudo confiscato al “papa” della mafia Michele Greco dopo un’inchiesta di Giovanni Falcone. La frequenza e la varietà delle intimidazioni avevano indotto intanto il comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica ad assegnare una scorta a Liarda. Quando era stata revocata dal mondo politico erano però divampate forti polemiche per il rischio che l’uomo-simbolo della lotta alla mafia nelle Madonie fosse “lasciato solo dallo Stato”. Il sindacalista era stato anche convocato e sentito dalla commissione regionale antimafia davanti alla quale aveva ribadito di essere stato preso di mira per avere promosso il recupero produttivo di un bene mafioso e per avere portato avanti un progetto di promozione sociale con il consorzio Sviluppo e legalità, di cui è presidente. «Sono indignato, ma sereno», ha reagito dopo l’avvio dell’ inchiesta. «Respingo con chiarezza e fermezza - ha aggiunto - l’accusa di simulazione di reato ipotizzate dalla Procura di Termini Imerese. È giusto che la magistratura faccia gli accertamenti dovuti. Attendo con fiducia l’esito delle indagini».

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