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Racket, parla imprenditore catanese

Racket, parla imprenditore catanese ”Così ho fatto arrestare gli amici dei mafiosi”

”Avevano chiesto due assunzioni e 350 euro al mese”

Racket, parla imprenditore catanese ”Così ho fatto arrestare gli amici dei mafiosi”

«E’ vero, il racket del “pizzo” sta cambiando. Prima si presentavano al cantiere i mafiosi, adesso a farsi vivi sono innanzitutto i colletti bianchi ad essi collegati». Alessandro (si tratta di un nome di fantasia, perché la vicenda giudiziaria relativa all’episodio che racconta è ancora in corso) è un imprenditore edile che lavora un po’ in tutta la Sicilia e non molto tempo fa si era aggiudicato un appalto nella nostra provincia, poco importa dove. Non era certo un lavoro in cui erano previste cifre a sei zeri, ciò nonostante qualcuno ha... fiutato l’affare e si è fatto subito sotto. – Ma non si è trattato, strano a dirsi, del solito soggetto tipo “coppola e lupara”. «Purtroppo no – racconta l’imprenditore – ed è questo che in qualche maniera mi ha spiazzato. Perché all’inizio ero certo di avere a che fare con una persona perbene, poi ho compreso in quale direzione si stava andando. Per fortuna – prosegue – non appena arrivato in quel centro avevo preso contatti con i rappresentanti di un’associazione antiracket che opera proprio in quella fascia di territorio, l’Asaec “Libero Grassi”: i soci sono stati sistematicamente al mio fianco e insieme siamo riusciti, con la necessaria quanto preziosa collaborazione dei carabinieri, impeccabili nel corso della loro attività investigativa, ad arrivare al risultato».

 

Ovvero gli arresti degli estortori.

«Esattamente. Un professionista che lavorava in un ufficio del Comune per conto del quale svolgevo i lavori e un... guardiano». Quindi uno dei soggetti che doveva garantire che lei potesse svolgere quei lavori in tranquillità. «Per l’appunto. E’ chiaro che queste persone passano dal cantiere soltanto per prelevare i soldi e non per espletare attività da custode. Mi era stato chiesto di corrispondergli 350 euro al mese».

E non si è trattata dell’unica richiesta estorsiva.

«No. Io sono solito lavorare con una squadra di operai ben rodata, che avevo portato con me anche in quella occasione. Il professionista che mi ha avvicinato, spiegandomi che potevano sorgere delle difficoltà nelle autorizzazioni per la realizzazione di certe opere, con conseguente perdite di tempo e cantiere bloccato, mi invitò ad allargare il gruppo di lavoro. Presi due persone che mi erano state indicate e che avrei tenuto fin quando l’opera per cui avevo vinto l’appalto non sarebbe stata ultimata. Poi è accaduto tutto il resto e ho deciso di denunciare».

 

In pratica a poco a poco, attraverso l’opera del professionista, la situazione stava in qualche maniera degenerando.

«E’ così. L’assunzione temporanea di due unità poteva anche starci e forse poteva pure farmi comodo, ma ho capito che col sistema delle autorizzazioni concesse... a singhiozzo le richieste estorsive potevano moltiplicarsi all’infinito. Per questo, quando hanno provato ad impormi la guardiania, ho deciso di rivolgermi ai carabinieri, i quali, lo ripeto, sono stati straordinari nell’affrontare questa vicenda».

 

L’arresto è avvenuto in flagranza?

«Pochi istanti dopo avere consegnato 350 euro al guardiano. In auto, parcheggiata poco distante, lo attendeva il professionista che si era interessato di tutte queste vicende». Pochi giorni fa a Catania è stata fatta scattare l’operazione “Enigma”, che ha portato agli arresti sei imprenditori accusati di estorsione e tentata estorsione nei confronti di altri colleghi. Che effetto le ha fatto? «Un brutto effetto, perché mentre prima il “nemico” era ben visibile, adesso si nasconde sotto il volto apparentemente pulito del professionista o, per l’appunto, del collega con cui magari hai lavorato fianco a fianco. Così diventa tutto più difficile, perché all’inizio non arrivi ad immaginare che vogliano il tuo denaro o, peggio, rilevare la tua azienda. Poi comprendi, ma spesso è troppo tardi». Non sempre. «Già, non sempre. Per questo dico che al primo campanello d’allarme bisogna denunciare. La mia esperienza dimostra che si può e si deve. Magari, come dicevo prima, facendosi affiancare dalle associazioni antiracket presenti nel territorio».

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