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Strage del Rapido 904 «Non fu soltanto mafia»

Strage del Rapido 904 «Non fu soltanto mafia»

Nel motivare l’assoluzione di Totò Riina, la Corte d’assise di Firenze ha ricostruito lo scenario: ci fu un intreccio di interessi dietro l’attentato che provocò 16 morti
Strage del Rapido 904 «Non fu soltanto mafia»
FIRENZE - È certo che fu la mafia, ma “non può escludersi” che non sia stata solo mafia. Nel motivare l’assoluzione di Totò Riina, la Corte d’assise di Firenze ha ricostruito lo scenario della strage del Rapido 904: 16 morti nell’esplosione del 23 dicembre 1984 in una galleria fra Firenze e Bologna. I giudici ritengono che attorno al principale responsabile dell’attentato, il cassiere di Cosa nostra Pippo Calò, possa aver «trovato coagulo un coacervo di interessi convergenti di diversa natura e che in quel contesto sia maturata la decisione, organizzazione ed esecuzione della strage».   Calò è stato condannato con sentenza definitiva nel 1992, in concorso con altri due mafiosi, Guido Cercola e Franco Di Agostino, e con l’artificiere tedesco Friedrich Schaudinn. Tredici anni dopo, ereditando un’indagine napoletana, la procura di Firenze ha portato a processo Riina, ritenuto il “mandante, determinatore e istigatore” della strage.   L’atto di accusa si basa su due considerazioni. La prima: in quanto “capo indiscusso” di Cosa nostra, la strage non poteva essere compiuta senza il suo impulso. La seconda: l’utilizzo di un analogo esplosivo dimostra che la strage del Rapido 904 è legata ‘strategicamentè a quelle degli anni 1992-1994, per le quali Riina è stato condannato in via definitiva.   La Corte contesta entrambi gli assunti. La premessa è: dei pentiti ascoltati al processo - come Giovanni Brusca, Gaspare Mutolo e Baldassarre Di Maggio - “nessuno ha avuto conoscenza” che la strage fosse riconducibile “a un mandato, istigazione o consenso di Riina”. E poi, “l’evoluzione storica pare smentire qualsiasi linea di continuità strategica” fra la strage del Rapido 904 e quelle del 1992-1994. La prima ebbe un’impronta “squisitamente terroristica” e anche se giovò alla mafia “non ne recava la tipica impronta”, visto che non era rivolta a un nemico di Cosa nostra, come successe nel 1992 con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e non mirava a colpire lo Stato, come avvenne nel 1993 quando, con gli attentati al patrimonio artistico, la mafia cercò di costringerlo a “scendere a patti”.   Per tratteggiare il “coacervo di interessi convergenti” che avrebbe fatto da sfondo alla strage del Rapido 904, e mettere quindi in discussione l’impulso decisivo di Riina, i giudici ricordano che per la ‘solà detenzione di esplosivo, in passato sono stati condannati l’ex parlamentare del Msi Massimo Abbatangelo e i camorristi Giuseppe Missi, Giulio Pirozzi, Alfonso Galeota e Lucio Luongo. Missi, aggiunge la Corte, “vantava spiccate simpatie neofasciste” e “coltivava progetti politico eversivi”, mentre “i legami con esponenti della banda della Magliana già ponevano Calò come tramite tra ‘il potere mafioso ed ambienti eversivi di destrà”.   Calò, concludono i giudici, aveva un “certo grado di autonomia” e “relazioni collaterali” alla mafia e questo “avvalora il dubbio” che per la strage del Rapido 904 “non abbia avuto la necessità di avere impulso, autorizzazione o consenso di Riina”. Il movente della strage? L’appello del 1992 parlò del tentativo della mafia di ‘simularè un attentato politico-terroristico per distogliere da sé la morsa dello Stato, dopo le rivelazioni di Tommaso Buscetta. Nel 1989 il primo grado aveva ricordato anche le “connotazioni politiche di eversione di destra del gruppo” camorristico e un “intreccio di rapporti” con altre realtà, come la banda della Magliana.

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